Food noise: perché i nuovi farmaci dimagranti zittiscono i pensieri sul cibo (e cosa rischiamo di perdere)

1 settimana fa 13

Apri il frigorifero senza avere fame. Lo richiudi. Poi lo riapri. Non stai cercando davvero qualcosa. Intanto nella testa passa una specie di playlist: cosa potrei mangiare? Ho esagerato a pranzo? Stasera pizza o insalata? Gli americani lo chiamano food noise, rumore del cibo. Un'espressione nuova per descrivere una sensazione molto antica: quella di avere il cibo sempre in testa.

Il termine food noise non è ancora una diagnosi, ma ha cominciato a entrare negli studi scientifici perché descrive un'esperienza concreta, soprattutto in molte persone con obesità o con un rapporto faticoso con il cibo. Proprio per questo è stato anche sviluppato un questionario per misurarlo (vedi sotto): cinque domande per capire quanto i pensieri sul cibo siano continui, incontrollabili, distraenti o dannosi per la vita quotidiana.

Da qui nascono una serie di domande: se il food noise è un rumore, chi o che cosa alza il volume? E soprattutto, perché in alcune persone sembra abbassarsi quando entrano in gioco farmaci che imitano ormoni intestinali come gli agonisti del recettore del GLP-1? E poi: c'è il rischio concreto che, oltre a perdere l'appetito e i pensieri ossessivi per il cibo, si perda interesse anche per altri piaceri della vita, fino a scivolare nella depressione?

Perché alcune persone pensano al cibo tutto il giorno

Per rispondere bisogna spostarsi dal frigorifero al cervello. Il cibo, infatti, non parla solo allo stomaco: attiva circuiti di ricompensa, memoria, abitudine e anticipazione. È per questo che possiamo desiderare un dolce anche da sazi o pensare alla cena mentre abbiamo appena finito il pranzo.

In un ambiente pieno di stimoli alimentari, notifiche, pubblicità, delivery e snack sempre disponibili, quei circuiti ricevono segnali continui. Per qualcuno restano sullo sfondo. Per altri diventano una radio accesa tutto il giorno. «Il food noise - spiega Uberto Pagotto, presidente eletto della Società Italiana dell'Obesità - indica un pensiero persistente, quasi ossessivo, legato al cibo. Non una semplice fame, né una normale voglia di mangiare, ma una presenza mentale continua che può limitare la vita sociale, il rapporto con il cibo e la libertà stessa della persona».

Pensieri invadenti

Una revisione pubblicata sull'International Journal of Obesity, firmata da Emily J. Dhurandhar della School of Public Health dell'Indiana University, descrive il food noise come una preoccupazione costante per il cibo e per le decisioni alimentari: dal "che cosa mangio?" al "quante calorie ho assunto?", fino al "quando sarà il prossimo pasto?".

Pensieri che possono diventare intrusivi e spiacevoli.

«Questa condizione - conferma Riccardo Dalle Grave, psicoterapeuta, specialista in Endocrinologia e Scienza dell'alimentazione e membro dell'Associazione italiana disturbi dell'alimentazione e del peso, Aidap - può essere estenuante. Le persone che la sperimentano riferiscono difficoltà a prendere decisioni riguardo al cibo, preoccupazioni costanti per le calorie e i nutrienti, oppure continue distrazioni dovute a pensieri ricorrenti su cosa mangiare». Alcuni provano frustrazione o senso di colpa per lo spazio mentale che il cibo occupa. Questo può compromettere la capacità di concentrarsi, ricordare informazioni, godersi momenti sociali, leggere un libro o guardare un film.

Non è fame, è la testa che fa “rumore”

Quanto c'entra la biologia - ormoni della fame e della sazietà - e quanto invece contano dieta, stress, ambiente e pubblicità alimentare? «Alla base del food noise - risponde Dalle Grave - possono esserci meccanismi biologici complessi, che coinvolgono gli ormoni della fame e della sazietà, i circuiti cerebrali della ricompensa e i sistemi che regolano il peso corporeo».

«Durante una dieta, soprattutto se molto restrittiva - prosegue lo psicoterapeuta - l'organismo può reagire aumentando i segnali della fame, come la grelina, e riducendo quelli della sazietà, come il GLP-1: il risultato è che il pensiero del cibo può diventare più insistente proprio mentre si cerca di mangiare meno». I nuovi farmaci per l'obesità, in particolare gli agonisti del recettore GLP-1, sembrano attenuare almeno in parte questi meccanismi.

Ma la biologia non è l'unico fattore. «Viviamo in un ambiente che parla continuamente di cibo, dieta e corpo», aggiunge Dalle Grave. Pubblicità alimentari, mode salutistiche, consigli dietetici e pressione sociale possono amplificare quel rumore di fondo. Riconoscerlo aiuta a ridurre senso di colpa e vergogna: non è solo questione di disciplina, ma di un intreccio tra corpo, cervello e ambiente.

Il ruolo delle nuove terapie

Il food noise è diventato un tema popolare soprattutto con l'arrivo dei farmaci anti-obesità come semaglutide e tirzepatide. Molti pazienti raccontano che, oltre a mangiare meno, sperimentano qualcosa di diverso: il cibo smette di occupare continuamente la mente. In uno studio pubblicato su Obesity Pillars da Lauren Lynn Trocchio e Fredrick Peters, della Concordia University di Chicago, sono state intervistate donne adulte con obesità trattate con semaglutide o tirzepatide da 6 a 18 mesi, che avevano perso tra il 7% e il 20% del loro peso corporeo.

Dalle interviste emerge un cambiamento che non riguarda solo la bilancia, ma anche appetito, porzioni, desiderio di cibo e senso di controllo. «Con l'arrivo dei nuovi farmaci anti-obesità, dagli agonisti del recettore GLP-1 ai doppi agonisti GLP-1/GIP, l'attenzione si è concentrata soprattutto sull'aumento della sazietà», osserva Pagotto. «Ma nella pratica clinica ci siamo accorti anche di un altro effetto: alcuni pazienti ci dicono "sono tornato libero dai pensieri ossessivi che ruotano continuamente intorno al cibo"».

Dunque, un calo della pressione biologica che può essere una vera e propria "finestra di libertà". «Per questo motivo - spiega Dalle Grave - il trattamento farmacologico può rappresentare un'opportunità davvero preziosa per intraprendere un percorso psicologico con maggiore serenità». Gli approcci più efficaci includono la terapia cognitivo-comportamentale, CBT, molto utile per cambiare abitudini e pensieri disfunzionali, e l'Acceptance and Commitment Therapy, ACT, che aiuta a gestire emozioni e impulsi senza sentirsi sopraffatti.

Non è solo fame. Nell'obesità grave il pensiero del cibo può occupare la mente per ore, anche a stomaco pieno.

Non è solo fame. Nell'obesità grave il pensiero del cibo può occupare la mente per ore, anche a stomaco pieno. © Adobe Stock

Esiste il rischio di apatia?

Dunque, i nuovi farmaci anti-obesità sembrano ridurre il food noise agendo anche sui circuiti della ricompensa. Ma dove finisce l'effetto positivo - meno pensieri ossessivi sul cibo e meno craving - e dove può cominciare, in alcune persone, il rischio di anedonia, una sorta di appiattimento del piacere o della motivazione che può indurre anche all'isolamento sociale e alla depressione?

Negli Stati Uniti alcuni medici riferiscono di aver iniziato a raccogliere racconti simili: una risposta emotiva attenuata non solo nei confronti del cibo, ma anche verso altre fonti di piacere come la lettura, la musica, il ballo, il giardinaggio o persino il sesso.

«L'ipotesi che gli agonisti del GLP-1 e GIP possano ridurre anche il piacere è controversa», risponde Dalle Grave. «Alcune persone riferiscono meno interesse non solo per il cibo, ma anche per alcol, shopping o altre attività gratificanti. Tuttavia, queste osservazioni derivano soprattutto da testimonianze cliniche e da dati preliminari».

La questione è capire se si tratti di una semplice riduzione di comportamenti compulsivi o di un vero e proprio appiattimento emotivo. «Al momento - prosegue Dalle Grave - non abbiamo prove che i GLP-1 inducano sistematicamente una perdita del piacere; sembra piuttosto che rendano meno evidente la ricerca della ricompensa alimentare. È un tema da tenere sotto osservazione, soprattutto nel lungo periodo, ma per ora le evidenze sui benefici sono molto più robuste di quelle sui possibili effetti di appiattimento motivazionale».

Umore e farmaci dimagranti: le risposte della ricerca

Intanto, la ricerca prosegue nel tentativo di chiarire anche questi aspetti. Di recente, uno studio pubblicato su Current Neuropharmacology ha ipotizzato che gli agonisti del GLP-1 possano influenzare non solo fame e sazietà, ma anche i circuiti cerebrali della dopamina, coinvolti in piacere, ricompensa e tono dell'umore.

In alcune persone geneticamente predisposte con una ridotta attività della dopamina, questa "regolazione verso il basso" potrebbe favorire sintomi depressivi o ideazione suicidaria. Gli autori invitano, però, alla cautela: si tratta di un'ipotesi da approfondire con studi più rigorosi, non di una prova definitiva.

Un altro studio pubblicato su The Lancet Psychiatry, che ha coinvolto circa 95.000 persone, ha fornito invece un dato rassicurante: nei soggetti con diabete o obesità che soffrivano anche di depressione o ansia, la semaglutide era associata a un rischio inferiore di peggioramento della depressione, dell'ansia, dei disturbi da uso di sostanze e degli episodi di autolesionismo.

Nel complesso, quindi, le prove disponibili suggeriscono che la riduzione del food noise sia soprattutto una diminuzione della spinta compulsiva verso il cibo, non una perdita generalizzata della capacità di provare piacere.

Segnalazioni di apatia e anedonia esistono e devono essere ascoltate, ma non dimostrano che si tratti di un effetto frequente o direttamente causato dai farmaci. Per questo l'umore va monitorato, senza trasformare un rischio ancora incerto in un allarme generalizzato.

Quando il dimagrimento è una cura

Per una persona con obesità importante, diabete di tipo 2 o complicanze cardiovascolari, perdere peso non significa semplicemente cambiare aspetto. Può tradursi in benefici clinici rilevanti.

Nello studio SELECT pubblicato sul New England Journal of Medicine, condotto su oltre 17.000 persone con sovrappeso o obesità, una malattia cardiovascolare già presente e senza diabete, la semaglutide ha ridotto del 20% il rischio relativo dell'esito combinato di morte cardiovascolare, infarto o ictus rispetto al placebo. Nello stesso studio, tuttavia, gli effetti indesiderati hanno determinato l'interruzione definitiva del trattamento nel 16,6% dei pazienti trattati con semaglutide e nell'8,2% di quelli che assumevano placebo. È un esempio concreto di come efficacia e tollerabilità vadano considerate insieme.

Anche per tirzepatide sono emersi benefici clinici che vanno oltre la perdita di peso. Nello studio SUMMIT, pubblicato sul New England Journal of Medicine e condotto su persone con obesità e una forma di scompenso cardiaco in cui il cuore si contrae normalmente, ma fatica a riempirsi, il farmaco ha ridotto del 38% il rischio relativo dell'esito combinato di morte cardiovascolare o peggioramento dello scompenso rispetto al placebo.

Il beneficio è stato determinato soprattutto dalla diminuzione degli episodi di aggravamento dello scompenso cardiaco, mentre sono migliorati anche i sintomi, la capacità di svolgere attività fisica e la qualità della vita.

Quando c’è un disturbo del comportamento alimentare

Una valutazione ancora più attenta è necessaria nelle persone che soffrono, o hanno sofferto in passato, di un disturbo del comportamento alimentare.

Il food noise può accompagnare l'obesità e una pressione biologica molto forte verso il cibo, ma può anche intrecciarsi con abbuffate, restrizione alimentare, paura di ingrassare, condotte compensatorie e controllo ossessivo del peso.

«In alcune persone il trattamento farmacologico può rappresentare un'opportunità davvero preziosa per intraprendere un percorso psicologico con maggiore serenità», ricorda Dalle Grave.

Ma la riduzione dell'appetito non sostituisce una valutazione psicologica e non permette di considerare equivalenti obesità, binge eating disorder, bulimia, anoressia o semplice insoddisfazione corporea. Alcuni dati preliminari suggeriscono che gli agonisti del GLP-1 possano ridurre gli episodi di abbuffata nelle persone con binge eating disorder.

In una recente revisione scientifica, dedicata specificamente alle iniezioni dimagranti nelle persone con disturbi alimentari presenti o passati, gli autori hanno rilevato possibili benefici sui sintomi da abbuffata in alcuni pazienti con diabete di tipo 2, ma hanno sottolineato le grandi lacune nelle conoscenze sugli effetti psicologici, sui comportamenti alimentari disfunzionali, sull'immagine corporea e sul rischio di uso improprio, soprattutto al di fuori delle indicazioni legate al peso.

Prima della prescrizione, quindi, non basta misurare il peso. Bisogna ricostruire la storia alimentare e psicologica della persona, capire se esistono abbuffate, restrizioni, paura intensa di ingrassare o precedenti disturbi alimentari. In alcuni pazienti attenuare la spinta biologica verso il cibo può restituire libertà e rendere più accessibile il percorso psicologico. In altri, la soppressione dell'appetito e il rapido dimagrimento potrebbero rafforzare il controllo compulsivo e una relazione patologica con il corpo.

L’uso dei farmaci anti-obesità per motivi estetici

Sui social semaglutide e tirzepatide vengono ormai mostrate con grande naturalezza: video, diari del dimagrimento e tutorial sull'iniezione settimanale rischiano di trasformare farmaci destinati al trattamento dell'obesità in semplici scorciatoie per perdere rapidamente pochi chili. Non si tratta soltanto di una moda nata prima che queste terapie fossero disponibili per il controllo del peso.

Anche oggi, accanto al loro impiego appropriato nelle persone che ne hanno una reale indicazione clinica, continua a circolare una narrazione che le associa alla prova costume, alla ricerca della magrezza e al dimagrimento puramente estetico.

Ma il rapporto tra benefici e rischi cambia quando l'obiettivo è perdere soltanto qualche chilo. I farmaci autorizzati per la gestione del peso, come semaglutide, agonista del recettore GLP-1, e tirzepatide, doppio agonista dei recettori GIP e GLP-1, sono indicati negli adulti con obesità, cioè con un indice di massa corporea pari o superiore a 30, oppure con sovrappeso e un indice pari o superiore a 27 in presenza di almeno una condizione associata al peso, come prediabete o diabete di tipo 2, ipertensione, dislipidemia, apnee ostruttive del sonno o malattia cardiovascolare.

Utilizzare questi medicinali al di fuori delle indicazioni, in persone con pochi chili in più e un rischio clinico basso, significa trasferire risultati ottenuti su popolazioni molto diverse. In questo caso il vantaggio atteso è minore e deve essere confrontato con gli effetti indesiderati, i costi, la necessità di controlli medici e la possibilità di recuperare peso dopo la sospensione.

Il punto, dunque, non è stabilire se questi farmaci siano "buoni" o "cattivi", ma individuare le persone nelle quali il beneficio clinico atteso supera davvero i possibili rischi.

Il farmaco giusto per il paziente giusto

Insomma, il rapporto tra benefici e potenziali rischi dei nuovi farmaci non è uguale per tutti. In Italia oltre 25 milioni di persone sono in sovrappeso e circa 6 milioni, pari al 12% della popolazione, convivono con l'obesità, una malattia associata a complicanze importanti, tra cui malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2 e un aumento del rischio per 13 diversi tipi di tumore. «L'obesità è una malattia di per sé, con conseguenze rilevanti sulla salute generale, perché l'aumento di peso e di grasso corporeo si accompagna a una maggiore presenza di fattori di rischio cardiovascolare, come ipertensione e alterazioni del colesterolo, esponendo i pazienti a una probabilità più elevata di infarto e ictus», sottolinea Dario Tuccinardi, endocrinologo e diabetologo e ricercatore dell'Università Campus Bio-Medico di Roma. «Oggi abbiamo a disposizione farmaci che consentono non soltanto una perdita di peso importante, ma anche una riduzione dei fattori di rischio cardiovascolare e, in alcuni pazienti, degli eventi come infarto e ictus».

Per una persona con obesità, definita nell'adulto da un indice di massa corporea pari o superiore a 30, con diabete o con complicanze cardiovascolari, trattare il peso può quindi cambiare concretamente la storia della malattia.

Ma lo stesso bilancio non vale per chi desidera soltanto perdere qualche chilo o utilizza questi medicinali al di fuori delle indicazioni.

Perciò, anche l'eventuale effetto collaterale legato all'umore va valutato in relazione alla effettiva necessità medica di ricorrere a questi farmaci. «Al momento non esiste un allarme sul potenziale effetto depressivo o anche solo di apatia dei farmaci anti-obesità: il rischio non è stato dimostrato in modo definitivo», spiega Uberto Pagotto. «Resta però fondamentale valutare con attenzione il comportamento alimentare, le cause che hanno contribuito allo sviluppo dell'obesità e il profilo clinico. In altre parole, bisogna fenotipizzare il paziente: capire chi abbiamo davanti, quali sono i suoi bisogni e quale trattamento è più adatto». Non si può escludere che in alcuni casi emergano criticità, aggiunge, ma è essenziale che farmaci capaci di determinare una perdita di peso importante siano prescritti e monitorati dal medico.

La distinzione è decisiva: in una persona con obesità grave, diabete o complicanze cardiovascolari questi medicinali possono offrire benefici clinici rilevanti; in presenza di un disturbo del comportamento alimentare richiedono una valutazione da parte di un team multidisciplinare; in chi li assume per pochi chili in più, invece, il vantaggio è molto meno documentato e potrebbe non giustificare l'esposizione ai rischi.

Ridurre il food noise può restituire libertà a chi vive da anni sotto la pressione costante della fame e dei pensieri alimentari, ma quel silenzio non ha lo stesso significato per tutti. La vera questione non è soltanto se i nuovi farmaci riescano a spegnere il rumore del cibo, ma in quale paziente questo rappresenti un vantaggio clinico e in quale, invece, debba essere osservato con maggiore cautela.

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