Il portiere iniziò come terzino: "Feci anche un provino, ma il Padova non mi prese, per fortuna...". Il calcio ora non gli manca: "La delusione più grande? Il 5 maggio mi fa ancora male"
Dici Francesco Toldo e ti vengono in mente gli Europei del 2000, gli olandesi respinti da quel gigante buono con la colla nei guanti. Una notte magica. Poi l’Inter, le vittorie, ottenuto anche da secondo di Julio Cesar. “Quelle che mi sono goduto di più”. Prima c’erano stati anni importanti a Firenze, in squadra con Batistuta. Oggi Francesco ha 54 anni, si gode la famiglia, collabora con il progetto delle “Legends” dell’Inter e fa il volontario nella Protezione Civile di Milano, ma è fuori dal calcio ed è felice.
Toldo, il suo viaggio parte dalla provincia di Padova. Che ricordi ha?
“Eravamo una famiglia umile, mio padre gestiva una tabaccheria. Quando ero a Trento mi offrì un milione e centomila lira per lasciare tutto e andare a lavorare con lui. Rifiutai, volevo farcela con il calcio. Due anni dopo ero alla Fiorentina”.
E pensare che pochi anni prima non giocava nemmeno in porta…
“Già, facevo il terzino. Feci pure un provino con il Padova ma non mi presero. E per fortuna, direi. Sennò chissà come sarebbe andato il percorso. Finii in porta per caso: odiavo correre e mi piaceva tuffarmi sulla neve. Così un mister un giorno mi disse ‘oggi provi tra i pali’. Non sono più uscito, mi divertivo da matti. Quando sei un ragazzino anche un campetto dell’Usma - dove giocavamo noi in provincia, davanti alla chiesa - diventa il Bernabeu. Poi, con il duro lavoro, magari uno ci arriva davvero…”
Le viene in mente suo padre quando ricorda i sacrifici fatti?
“Sicuramente è un valore importante che mi ha trasmesso. Io sono rimasto il Francesco della provincia anche da professionista in un mondo dorato come il calcio. Forse se fossi stato più “pop” avrei guadagnato di più, ma a me della mia immagine fuori dal campo è sempre importato poco. Dagli inizi al Montebelluna fino alla Nazionale ho sempre cercato di andare oltre i miei limiti. Solo così puoi puntare a diventare il migliore”.
E c’è stato un mondo in cui si è sentito il migliore al mondo? Magari dopo gli Europei del 2000…
“Mi crede se le dico che io l’ho pensato tutti i giorni? Era la mia adrenalina a spingermi a pensarlo. Anche quando arrivò Julio Cesar e Mancini mi mise in panchina, io andai da Branca e glielo dissi: ‘state facendo fuori il migliore portiere del mondo’. Non era spocchia, ci credevo sul serio”.
Eppure, in quella circostanza scelse di rimanere nonostante le tantissime offerte. Come mai?
“Mi volevano il Liverpool e il Bayern, io però volevo vincere con l’Inter. Anni prima mi aveva cercato anche il Barcellona, dissi di no anche lì. La nostra Serie A, ai miei tempi, era il gotha del calcio. Non esisteva niente di meglio. E poi sa che c’è? Le vittorie da secondo sono state quelle che mi sono goduto di più. E durante la stagione del Triplete me lo sono detto: ‘Se vinciamo mollo tutto’. E così è stato”.
È stato il momento più bello nella sua vita da calciatore?
“Sì, credo di sì. Certo, anche l’Europeo del 2000 è stato magico. Però, se posso, vorrei raccontarne uno che è sicuramente il più divertente”.
Prego.
“Fare gol a Buffon a San Siro contro la Juventus è stato epico. Il bello è che lo avevo pure detto a Cuper. ‘Mister se siamo sotto vado in area e faccio gol’. Esultò Vieri, ma il gol era mio al 100%. E non è stato l’unico segnato a Buffon…".
Si spieghi.
“Stadio Flaminio, rifinitura prima del Mondiale del 2002. Facciamo una partitella e io gioco centravanti. Segno il gol vittoria… ancora a Gigi, stavolta mio senza dubbi. Ho esultato come avessi segnato in finale di Champions. Però dai due gol a Buffon in pochi mesi, quando ti ricapita?"
A proposito di Buffon, che rapporto avete avuto?
“Lui era il primo in Nazionale, io la sua riserva. Eravamo un bel gruppo, ma con Gigi non siamo mai stati amici. C’era un altissimo livello di competizione, volevamo entrambi dare il massimo. In più avevamo molto rispetto l’uno dell’altro, sia come portieri che umanamente. Io avevo legato di più con Totti, Inzaghi e Del Piero, con Gigi c’era un filo di rivalità, essendo colleghi in continua bagarre per un posto”.
E con Julio Cesar?
“Siamo amici, gli voglio bene. Abbiamo sempre avuto un buon rapporto, fin dal suo arrivo. Competizione e correttezza. Credo che avermi avuto come secondo lo abbia spinto ad alzare il livello e a non rilassarsi mai”.
Abbiamo parlato del momento più bello. Il più brutto quale è stato?
“Il 5 maggio, senza dubbio. È stato un giorno che mi ha segnato, fa ancora male”.
Prima di salutarla, un paio di flash. Batistuta?
“Uno degli attaccanti più forti e completi mai visti. Avevamo una dote in comune io e Bati, l’indole al sacrificio. Passavamo le ore ad allenarci insieme: lui calciava a raffica, io paravo. La gente veniva a vederci mentre ci sfidavamo dopo gli allenamenti: eravamo diventati uno spettacolo per i tifosi della Viola”.
In quella Fiorentina il presidente era Vittorio Cecchi Gori.
“Aveva appena ereditato tutto dal papà. Sentiva la pressione: veniva negli spogliatoi e lanciava delle urla da far crollare i muri. Però era un buono, ti capiva e sapeva ascoltare”.
Era diverso da Moratti?
“Sì, con alcune cose in comune però. Anche Moratti è stato un grandissimo presidente: vero, paterno, appassionato. Aveva più aplomb, urlava molto meno. Faceva meno cinema… Ricordo il primo incontro, quando gli chiesi se potevo dargli del ‘tu’. Mi disse di no. L’ho capito con il tempo. Moratti manteneva una certa distanza, ma allo stesso tempo era attento a tutto. Una volta dopo un periodo difficile venne ad Appiano e ci regalò una medaglietta, per farci capire che credeva in noi”.
In chiusura, l’addio al calcio. È un mondo che le manca?
“Per niente. Il primo giorno senza campo è stata una liberazione. Sono una persona felice, con tanti interessi, non esiste solo il pallone. È stata una bella parentesi, lunga e difficile. È mondo a parte, una bolla che rischia di alterare la tua percezione della realtà. Io sono sempre rimasto lo stesso: quindi no, non mi manca e non rientrerei mai”.


