Il Dna di un geco utile per capire l'origine dei tumori

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Il Dna di un geco molto comune, apprezzato dagli appassionati per la sua particolare colorazione gialla e bianca, potrebbe aiutare a capire l'origine dei tumori negli esseri umani. Lo indica lo studio guidato dall'italiana Ylenia Chiari, dell'Università britannica di Nottingham, nello studio pubblicato sulla rivista Bmc Biology e al quale ha partecipato l'Università di Trieste.

Al centro del lavoro c'è una varietà di geco leopardo nota come Lemon frost e molto conosciuta dagli appassionati di questi rettili perché è il frutto di una particolare mutazione casuale realizzata in un allevamento. Una variante che conferisce a questi gechi, commercializzati del 2015, una tipica colorazione bianca e gialla molto intensa e per questo molto ricercati.
Però questa variazione genetica li rende anche estremamente propensi a sviluppare tumori, anche già da giovanissimi. Proprio i tumori sono una patologia piuttosto rara nei rettili e per questo anche molti biologi si sono interessati a capire meglio i meccanismi  coinvolti.

Sequenziando l'intero genoma del geco Lemon frost e mettendo a confronto tessuti tumorali e tessuti sani, i ricercatori hanno identificato gran parte dei geni coinvolti in queste patologie e osservato importanti analogie con quanto avviene negli esseri umani. "Studiando perché alcuni animali sono così suscettibili al cancro mentre altri sono straordinariamente resistenti, speriamo di scoprire i diversi modi in cui le specie si sono evolute per affrontare il cancro", ha detto Chiari.

Ad oggi, infatti, gran parte degli studi di laboratorio usano modelli animali, in particolare topi, sui quali i tumori vengono indotti, mentre avere modelli animali che sviluppano spontaneamente tumori potrebbe aprire approcci di studio completamente nuovi. "Spesso ci rivolgiamo a noi stessi per risolvere i problemi umani, ma ogni specie ha qualcosa da insegnarci", ha detto Scott Glaberman, uno degli autori dell'Università di Birmingham. "Studiando sia gli animali vulnerabili al cancro sia quelli resistenti - ha concluso - abbiamo una capacità molto maggiore di comprendere la malattia stessa".

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