Il bar, la morte di papà Nicola e la piscina come rifugio: alle origini di Stefano Belotti

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Il bronzo europeo in coppia con Santoro nei tuffi sincro dai 3 metri ha superato momenti difficili, anche a livello personale: "Dedico la medaglia a mio padre, che mi guarda dal cielo"

Sergio Arcobelli

Giornalista

7 agosto - 17:12 - MILANO

Ci sono medaglie che valgono un podio. E ce ne sono altre che raccontano una vita. Quella di Stefano Belotti, il bambino che viveva in piscina, pesa molto più del bronzo conquistato agli Europei di Parigi nel trampolino sincronizzato insieme a Matteo Santoro. Perché quando il tuffatore bergamasco si è presentato davanti ai microfoni, non ha parlato della gara, dei punteggi o della soddisfazione per un altro podio internazionale. "La dedico a mio padre, che mi guarda dal cielo". Una frase semplice. Dodici parole che racchiudono cinque anni di dolore, sacrifici e rinascita. 

IL BAMBINO DEL BAR

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Per capire davvero chi è Stefano Belotti bisogna tornare dove tutto è cominciato: alla piscina Italcementi di Bergamo. Prima ancora di essere un atleta, Stefano era il bambino del bar. Il padre Nicola e la madre gestivano il punto ristoro dello storico impianto cittadino. Lui cresceva lì dentro, tra il rumore dell'acqua, gli allenamenti dei più grandi e i trampolini che osservava per ore. Davide Pasinetti, il tecnico che lo ha scoperto quando aveva appena sette anni, ricorda ancora il loro primo incontro. "Era il figlio dei gestori del bar. Suo padre mi disse: 'Prova a farlo scendere in vasca'. Quel giorno eravamo soltanto io e lui. Da lì è iniziato tutto". Ben presto, però, l'allenatore si accorse che quel bambino aveva qualcosa di diverso dagli altri. "Dopo quattro o cinque mesi dovevo quasi cacciarlo dalla piscina. Finiva il suo allenamento e rimaneva sulle tribune a guardare gli altri. Continuava a chiedermi: 'Posso tornare giù?'. Passava le giornate lì". La piscina era il suo mondo. E il venerdì sera diventava perfino casa. 

QUEL DIVANO SPOSTATO

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C'è un ricordo che Pasinetti conserva con particolare emozione. Ogni venerdì Nicola restava a dormire nel bar della piscina per aprire presto il sabato mattina. Stefano si fermava con lui. Nel soppalco c'era un divano. "Il papà mi raccontava che ogni volta Stefano gli chiedeva di spostarlo di qualche centimetro. A un certo punto gli domandò perché. E lui rispose: 'Così quando mi sveglio la prima cosa che vedo sono i trampolini'". Era un bambino innamorato del suo sport. Un amore che lo avrebbe portato, appena adolescente, a collezionare medaglie europee e mondiali. Il percorso è rapidissimo. Prima i titoli italiani giovanili. Poi gli Europei. L'argento dalla piattaforma, le medaglie dal trampolino, fino al 2022, quando insieme a Matteo Santoro conquista l'oro agli Europei juniores di Otopeni e il titolo mondiale juniores a Montreal. Pasinetti non ha mai avuto dubbi. "Stefano è sempre stato un lavoratore incredibile. Anche oggi mi dicono che a Roma è uno di quelli che si allena più di tutti. Da piccolo dovevo dirgli di andare a casa. Adesso bisogna convincerlo a staccare, altrimenti va in burnout". Ma proprio quando la sua carriera sembra decollare, arriva il colpo più duro. 

LA TRAGEDIA CHE CAMBIA TUTTO

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È il maggio del 2021. L'Italia vive ancora il periodo del coprifuoco dopo la pandemia. Stefano rientra a casa con il fratellino Alessandro. Ad aspettarli c'è il silenzio. Il padre Nicola è stato colpito da un infarto improvviso. È Stefano a trovarlo senza vita. Aveva appena sedici anni. "Mi telefonò quella sera", racconta Pasinetti. "All'inizio non riuscivo nemmeno a credergli. Gli dissi: 'Stefano, che cosa stai dicendo?'". Il giorno dopo accade qualcosa che l'allenatore non dimenticherà mai. "Mi chiamò e mi disse: 'Possiamo andare in piscina, ma solo io e te?'. Non voleva vedere nessun altro". La piscina, ancora una volta, diventa il suo rifugio. "Non era un allenamento. Era il posto dove si sentiva al sicuro. L'unica mia preoccupazione era che non si facesse male, perché la testa, inevitabilmente, era da un'altra parte". 

la voglia di smettere

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All'inizio i tuffi diventano il modo per reagire. Poi arrivano gli infortuni, le delusioni, le occasioni sfumate. La fatica mentale cresce. "Ci sono stati momenti in cui ha pensato di lasciare", ammette Pasinetti. "Ne abbiamo parlato qualche volta. È normale. Dopo quello che aveva vissuto e le difficoltà incontrate nel percorso". Lo stesso Belotti non ha mai nascosto che il momento decisivo della sua vita non è stato una vittoria. "La cosa più importante non sono stati i risultati, ma riuscire ad affrontare la morte di mio padre. È stato un percorso di maturità per me e per il nostro gruppo. Oggi quel dolore è diventato un punto di forza". 

IL TRASFERIMENTO

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Da Zogno, provincia di Bergamo, a Roma, inseguendo un sogno. Oggi Stefano vive nella Capitale. La chiusura della piscina Italcementi per i lavori di ristrutturazione e la necessità di allenarsi ogni giorno con la Nazionale lo hanno portato al centro federale. Tifoso juventino, studia Psicologia all'università online ed è atleta delle Fiamme Gialle. A Parigi, insieme all'amico Matteo Santoro, è arrivata un'altra medaglia importante. "Se la meritava", ha detto il compagno. "Stefano mi ha aiutato tanto anche fuori dalla piscina". Pasinetti sorride quando parla del suo allievo. "Ha un potenziale ancora più grande di quello che ha fatto vedere. Deve solo stare sereno. I risultati arriveranno ancora, perché è un talento e perché nessuno lavora come lui". Sul podio europeo, però, Stefano non ha pensato né al futuro né alle prossime gare. Ha pensato a quel bambino che dormiva nel bar della piscina. A quel divano che il papà spostava pazientemente. A quella finestra da cui ogni mattina si vedevano i trampolini. Forse è proprio da lì che è cominciato tutto. E forse è proprio lì che, ancora oggi, ogni suo tuffo continua a trovare il suo punto di partenza.

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