La sfilata d’eleganza ha chiuso Vespa Roma 2026 premiando tutti gli iscritti, perché trasformare ottant’anni di storia in una classifica sarebbe stato impossibile. Tra abiti anni Cinquanta, coppie in luna di miele, filippini arrivati da Manila, texani con una Allstate del 1951, tedeschi superappassionati e il belga Didier Bailly con la Vespa militare Acmai, la passerella è diventata un racconto corale. Più che eleganza da concorso, un viaggio nel mondo Vespa, dove contano memoria, fantasia e passione
Valerio Boni
28 giugno - 19:03 - ROMA
Alla fine non c’è stata una “Best in Show”. Nessuna Vespa incoronata più bella delle altre, nessun podio capace di dividere vincitori e sconfitti. La giornata conclusiva di Vespa Roma 2026 ha scelto un’altra strada, più coerente con lo spirito del raduno: premiare tutti gli iscritti alla sfilata d’eleganza, perché qui la classifica era quasi impossibile e, in fondo, anche inutile. Come si fa a mettere in fila ottant’anni di storia, restauri maniacali, mezzi arrivati da mezzo mondo, famiglie vestite anni Cinquanta, viaggi affrontati a velocità da statale e collezionisti capaci di trasformare uno scooter in racconto vivente? La Vespa, più che farsi giudicare, si è fatta guardare. E il pubblico ha risposto come nei giorni precedenti: telefoni alzati, sorrisi, domande, applausi, qualche esclamazione di sorpresa davanti agli esemplari più inattesi.
L’eleganza è una storia da raccontare
—
La passerella non era fatta soltanto di lamiere lucidate o vernici segnate dal tempo. Era fatta soprattutto di persone. Perché ogni Vespa, in una giornata così, porta con sé un proprietario, un viaggio, una mania, un ricordo. E spesso anche un travestimento, una divisa, un abito d’epoca, un accento straniero che rende tutto più interessante. C’erano italiani rigorosamente anni Cinquanta, con gonne ampie, eleganti vestiti a pois, camicie bianche, bretelle, occhiali da sole, foulard e caschi scelti più per coerenza estetica che per aerodinamica. C’era persino una coppia in tenuta da luna di miele, con l’immancabile scia di barattoli in lamiera attaccati alla coda della Vespa: una scena costruita per far sorridere, certo, ma anche perfetta per ricordare quanto questo mezzo abbia accompagnato fidanzamenti, matrimoni, fughe romantiche e partenze con più entusiasmo che bagaglio. La Vespa, del resto, ha sempre avuto una naturale predisposizione al teatro. Basta salirci sopra perché anche il tragitto più breve somigli a un’entrata in scena.
Da Manila con la Vespa nel cuore
—
Tra gli stranieri arrivati a Roma, Alfredo e Armida Cruz rappresentavano bene il lato più affettuoso e internazionale di questa passione. Filippini, lui uomo d’affari a Manila, lei dentista, raccontavano con entusiasmo di viaggiare insieme in Vespa e di aver già partecipato all’appuntamento di Pontedera. Per loro Roma non era soltanto una destinazione turistica, ma una tappa dentro una storia personale. Nelle Filippine, spiegavano, il mondo Vespa sta crescendo. A Roma è arrivato un contingente di una quarantina di appassionati, dopo oltre diciotto ore di viaggio in aereo. Non proprio la trasferta più semplice per chi ama un mezzo nato per muoversi lentamente, ma anche questo fa parte del paradosso: si vola dall’altra parte del mondo per ritrovare il piacere dei piccoli spostamenti, delle soste, delle chiacchiere attorno a uno scudo in lamiera. La loro Vespa romana non era nemmeno arrivata con loro, la 50R conservata del 1976 era stata prestata da un amico che vive in Italia. Un dettaglio che dice molto più di tante dichiarazioni. Nel mondo Vespa, spesso, lo scooter è anche una forma di ospitalità.
Dal Texas a Roma, passando dall’Austria
—
David "Super Dave" Beaumont e la moglie Dana arrivavano invece dal Texas, con una storia che sembra scritta apposta per un film minore ma irresistibile. La loro Vespa Allstate del 1951 era stata costruita a Pontedera e spedita quasi subito negli Stati Uniti, nel dicembre di quell’anno: una delle prime ad arrivare oltre Atlantico. Poi, come succede agli oggetti che hanno vite più lunghe dei loro proprietari, ha continuato a viaggiare, cambiare mani, attraversare confini. David l’ha acquistata da un collezionista. La Vespa si trovava in Europa, l’incontro è avvenuto in Austria e da lì è iniziato un viaggio di due settimane fino a Roma. Non il modo più rapido, ma certamente il più giusto. Perché presentarsi a una sfilata d’eleganza dopo aver caricato lo scooter su un furgone non è la stessa cosa che arrivarci guidandolo, ascoltando ogni rumore, controllando ogni vibrazione, trasformando ogni rifornimento in una piccola trattativa con il tempo. In Texas, raccontano, le Vespa non restano chiuse in garage. Le usano davvero, anche nelle colline attorno a San Antonio, lontano dalla città. Dana guida da trent’anni e la sua prima Vespa fu una "fender light" del 1957, anche quella arrivata dall’Italia ad Austin. L’ha restaurata tre volte, l’ultima a livello museale. E proprio grazie a una Vespa ha conosciuto David, durante un raduno a New Orleans: lei era senza scooter, lui le offrì un passaggio. Da lì, evidentemente, il viaggio è continuato. A Roma hanno girato attorno al Colosseo. Per Dana è stato "come un sogno", quasi una scena da film. E quando il paragone con Gregory Peck e Audrey Hepburn è venuto naturale, nessuno ha avuto bisogno di spiegare altro.
Il reduce mancato con i baffoni bianchi
—
Il personaggio più teatrale, però, era probabilmente Didier Bailly. Belga, collezionista, veterano dei raduni Vespa e "veterano" anche nell’immagine, con quei baffoni bianchi che lo rendono immediatamente riconoscibile. Si presenta spesso in uniforme da paracadutista francese, accanto alle sue Acma militari in grigioverde. Non sono Vespa qualunque: sono le 150 T.A.P., realizzate in Francia da Acma per le truppe aviotrasportate e la Legione Straniera. La loro storia sembra uscita da un manuale militare scritto da un futurista: uno scooter capace di essere paracadutato, equipaggiato con un cannone senza rinculo da 75 mm, munizioni, taniche e accessori. Non era un giocattolo e nemmeno una trovata scenografica, anche se oggi, vista in mezzo a Vespa da gita domenicale e coppie in abito da matrimonio, finisce inevitabilmente per attirare sorrisi e fotografie. Era un mezzo nato per portare rapidamente un’arma anticarro in zone difficili, più piattaforma di trasporto che veicolo da combattimento vero e proprio. Didier ne conosce ogni dettaglio e porta il personaggio fino in fondo. Il suo rammarico, raccontato con ironia, è di essere troppo "giovane" per averla provata davvero sul campo. Come dire, avrebbe voluto nascere abbastanza presto per essere parte della storia che oggi interpreta. Ma, in compenso, una delle sue Vespa militari l’ha usata per un’impresa molto più pacifica, un viaggio da Fourchambault, sede della vecchia fabbrica Acma che produceva su licenza Piaggio, fino a Pontedera, in un’unica tirata, fermandosi solo per i rifornimenti. Un pellegrinaggio al contrario, dalla Francia della Vespa su licenza (e, non dimentichiamolo, della Vespa 400) alla casa madre toscana.
Il cannone e il pompiere
—
Accanto alla Vespa militare, tra i modelli più fotografati, spiccava anche quella, naturalmente rossa, utilizzata dal corpo dei Vigili del Fuoco. Un altro esempio di come la Vespa, nella sua lunga vita, sia stata molto più di un mezzo privato. È stata veicolo da lavoro, di servizio, di pronto intervento leggero, di collegamento, di rappresentanza. E ogni volta ha cambiato divisa senza perdere identità. È questo il punto che emergeva con forza dalla sfilata, la Vespa sopporta quasi tutto. Una livrea militare, un abito da sposa, una bandiera straniera, un casco da gladiatore, una targa americana, una miscela troppo ricca, una valigia legata con cinghie, un restauro da museo o una conservazione piena di graffi. Altri veicoli rischierebbero il ridicolo. La Vespa, invece, anche senza apparentemente prendersi sempre sul serio, assorbe, addolcisce, trasforma.
Gli stranieri sono i più liberi
—
Gli italiani, davanti alla Vespa, hanno spesso un atteggiamento da custodi. Guardano i dettagli, discutono di originalità, riconoscono un faro, una sella, una scritta, una tinta sbagliata di mezzo tono. Gli stranieri, invece, sembrano più liberi. La trattano come un passaporto emotivo per entrare dentro un’idea di Italia, non sempre esatta, qualche volta persino stereotipata, ma quasi sempre sincera. Per questo, nelle giornate romane, gli appassionati arrivati dall’estero sono stati spesso i più scenografici. Tedeschi in versione gladiatore, filippini emozionati, americani con mezzi Allstate tornati simbolicamente a casa, belgi in uniforme da paracadutista, spagnoli arrivati via mare dopo il traghetto da Barcellona a Civitavecchia. Ognuno ha portato una Vespa, ma soprattutto un modo diverso di viverla. È il segreto dei grandi oggetti popolari: nascono in un luogo preciso, ma funzionano davvero quando gli altri se ne appropriano. La Vespa è italiana, certo. Però a Roma, per qualche giorno, si è capito che non appartiene più soltanto all’Italia.
grande bellezza senza podio
—
Ecco perché l’assenza di una Best in Show non è stata una mancanza. Semmai una scelta felice. Premiare tutti gli iscritti ha evitato di trasformare una festa in una graduatoria. Quale criterio avrebbe potuto mettere davvero in fila la coppia in luna di miele, il collezionista militare, la Vespa dei Vigili del Fuoco, gli americani arrivati dal Texas, i filippini in viaggio da Manila e gli italiani usciti da una fotografia del 1956? L’eleganza, in questo caso, non era soltanto nella perfezione del restauro. Era nel modo di stare in scena. Nella coerenza di un abito, nella fedeltà a un ricordo, nell’ostinazione di affrontare un viaggio, nella capacità di far sorridere chi passava. Era nel fatto che ogni partecipante, anche senza coppa, tornava a casa con qualcosa da raccontare. La Vespa ha compiuto ottant’anni, ma continua ad avere una qualità rara: mette tutti nella stessa foto senza uniformarli. Il militare belga, la dentista filippina, il texano collezionista, la coppia in viaggio di nozze, il restauratore italiano e il curioso che non sa distinguere una faro basso da una PX finiscono nello stesso racconto. E forse è proprio questa la sua vera eleganza: non vincere su tutte le altre, ma riuscire a farle sfilare insieme.



