Dall'oro alla squalifica e la tossicodipendenza. Ma Manyonga è rinato ed è ai Mondiali

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Al via a Torun anche il lunghista sudafricano, dopo l'argento a Rio 2016 e un oro mondiale saltò un controllo antidoping e finì (di nuovo) nel vortice della droga

Rebecca Saibene

20 marzo - 16:03 - MILANO

Quando salti più lontano di tutti possono accadere due cose: puoi prenderti il mondo dell’atletica, stabilire record e collezionare titoli. Oppure, se salti troppo in là, puoi finire dall’altra parte, in un buco nero fatto di droga, violenza e perdizione. Luvo Manyonga ha fatto entrambe le cose. Due volte. Andata e ritorno. È passato dall'essere tossicodipendente all'essere vicecampione olimpico (Rio 2016), poi campione del mondo (Londra 2017) e infine, di nuovo, tossicodipendente. Oggi ha 35 anni ed è, ancora una volta, un atleta di vertice: lo scorso mese ha saltato 8,11 metri strappando così il pass per questi Mondiali indoor. In mezzo, nel 2020, una squalifica per aver saltato un controllo antidoping. Il secondo stop dopo quello del 2012 quando era risultato positivo alla metanfetamina. Solo la punta dell'iceberg, la manifestazione pubblica di un esistenza tormentata: “Lo sport ti dà uno sballo naturale. Quando non gareggiavo, cercavo qualcosa che mi desse la stessa sensazione”, spiega Manyonga in un'intervista al The Guardian. 

equilibrio rotto

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Per un po' Manyonga pensa di poter tenere insieme la carriera da atleta e la dipendenza. La stagione e l’offseason. Il controllo e la distruzione. “Pensavo di poter gestire tutto. Gareggiare quando serviva e poi, fuori stagione, usare droga. Ma nessuno può fregare la droga. A un certo punto prende il controllo, diventa la tua vita”. E così è successo. A innescare il caos la perdita della madre: "Dopo la sua scomparsa ho pensato che la mia vita fosse finita. Lei era il mio pilastro, mi dava la forza di andare avanti. Poi il carro ha perso le ruote e tutto ha cominciato ad andare a rotoli". Niente più gare, niente più stadi, ma una vita che gira intorno al bisogno: “Vivevo solo per procurarmi un’altra dose. Rubavo telefoni, entravo nelle case. Sono arrivato fino a quel punto”. 

il punto più basso

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Nel 2023 però Manyonga ruba il telefono sbagliato, quello della figlia di un membro di una gang di quartiere. Raggiunto dai malviventi, viene pestato con una mazza da baseball. Capo, schiena, gambe. E poi l'epifania: "Non sono riuscito a camminare per una settimana, ma è stato allora che ho capito tutto. Ho visto la mia vita scorrermi davanti agli occhi mentre quei ragazzi mi picchiavano", racconta. "L'unica cosa che mi restava era la morte, perché questa è la vita di un tossicodipendente. Così ho deciso che o mi sarei ucciso o avrei continuato a vivere. Dovevo ritrovare Luvo Manyonga". L'organizzazione World Wide Scholarships lo aiuta a farlo, reclutandolo, dandogli un nuovo allenatore, Herman Venske, l'occasione di trasferirsi a Johannesburg e cambiare vita. Manyonga ritorna ad allenarsi a dicembre 2024, una volta scaduta la squalifica. "Ho imparato la lezione. Ho capito chi è Luvo Manyonga. So per certo di avere ancora grandi salti e medaglie d'oro da vincere. Devo ancora dare del filo da torcere a questi giovani". E perché non farlo proprio a partire dai mondiali di Torun. 

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