(di Patrizia Vacalebri)
"Io credo di essere un vero
couturier. E questo va precisato. Perché ho imparato davvero a
tagliare gli abiti sul campo, nella maison parigina di Azzedine
Alaja, di cui sono stato uno degli assistenti per due anni,
all'inizio della mia carriera. Oggi i creativi per la gran parte
sono delle lavatrici, degli automi, che fanno tutto quello che
indica il management dell'azienda e il ceo, dominati a loro
volta dai mercati. Ecco perché, a suo tempo, rifiutai di
diventare il direttore creativo di una grande griffe, perché
volevo essere libero di realizzare la mia visione. Invece seppi
che lì comandavano i manager".
Marco Coretti, couturier romano, festeggia 25 anni di alta moda.
La sua couture, ci tiene a specificare, è cominciata
ufficialmente a Roma, dove aveva studiato arte, ma è proseguita
a Parigi, con un apprendistato di due anni nella maison di
Azzedine Alaja. Una lezione imparata bene, visto che nel 2004
divenne direttore creativo di Sorelle Fontana. E l'anno
successivo venne scelto dal Comune di Roma e da AltaRoma come
direttore artistico di The Ages of Fashion, un progetto volto al
recupero dell'alta moda italiana.
"In realtà ho cominciato con la prima sfilata nel 1999 a Roma.
racconta lui - dove aprii l'atelier che chiusi nel 2015. E nel
1999 sfilai con una collezione total white che piacque
moltissimo. Da qui ebbi l'idea di eleggere il bianco come mio
colore preferito, che ribattezzai 'Bianco Coretti'".
"Nei miei defilé a Roma - rammenta - avevo sempre le top model
del momento. Hanno calcato la passerella per me, Nadege,
Marpessa, Mariacarla Boscono e molte altre sup. Ma ho avuto in
pedana anche attrici come Beatrice Dalle, balzata sulle prime
pagine delle cronache dei giornali di tutto il mondo, perché in
preda a una crisi di nervi distrusse un mio abito nero del
valore di migliaia di euro, mentre chiudeva con la mia
collezione la settimana della alta moda a Roma".
Il couturier racconta quindi di aver vissuto tra Roma, Londra e
Parigi, grazie al sostegno delle sue clienti internazionali che
tuttora veste. Da qualche tempo però Coretti è impegnato con una
linea di design, di oggetti per la casa, di cui va molto fiero.
Lo stilista torna quindi a parlare del mestiere del creativo nei
tempi odierni, dominati dai grandi gruppi del lusso. "Se accetti
di diventare lo stilista di un marchio storico devi saper
rispettare il dna della maison che disegni. Perché un conto è
studiare e interpretare l'archivio, altra cosa è imporre il tuo
stile, la tua visione con superbia. Così distruggi l'essenza
dell'azienda e così mi spiego perché alcune grandi maison stanno
sprofondando. Hanno perso la loro identità".
Coretti sottolinea questo tema perché "ho accettato - annuncia -
la sfida di rilanciare come direttore creativo un marchio di
moda storico, internazionale. Ma non posso dire altro, saprete
tutto tra qualche mese".
Tornando alla moda e alle clienti famose, "ho vestito le donne
più importanti del jet set- ricorda - dalla principessa Mounhira
Al Saud, sorella del re dell'Arabia Saudita, alla regina Ranja
di Giordania, da Donatella Dini a Vanessa Redgrave. Ho fatto
campagne pubblicitarie con grandi fotografi come Alberta
Tiburzi, Michel Compte, Tim Walker e Gian Paolo Barbieri, sempre
con modelle bellissime e sensuali. Però devo dire un'altra cosa.
Per vestire le donne devi amarle, adorarle. Le donne sono le mie
muse ispiratrici. Io ho assorbito questo concetto dalla vecchia
scuola: vesto le donne per renderle belle, non per mortificarle,
come fanno in molti per imporre le loro assurde visioni
politiche e della vita. Non faccio nomi ma avrete capito a chi
alludo. Se tu lavori per un marchio storico devi rispettarlo".
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