Secondo il professor Alessio Lanna, il sistema immunitario è un meccanismo biologico che rallenta l'invecchiamento e apre la strada a nuove terapie
Eugenio Spagnuolo
25 maggio - 11:49 - MILANO
Fino a poco tempo fa la scienza considerava l'invecchiamento un processo a senso unico: le cellule si dividono, si consumano, muoiono. Alessio Lanna, professore onorario all'University College di Londra e fondatore della startup Sentcell, ha dimostrato che non è proprio così. Le cellule del sistema immunitario, ha scoperto, sono capaci di trasferirsi pezzi di DNA l'una con l'altra per rallentare il proprio invecchiamento. In pratica: il corpo ha un meccanismo interno per tenersi giovane che non conoscevamo.
Lanna è stato tra i relatori del Milan Longevity Summit, in programma dal 20 al 23 maggio all'Allianz MiCo di Milano, l'evento internazionale che quest'anno ha esplorato la longevità secondo una visione più ampia, quella della One Health, che mette insieme salute umana, ambiente ed economia. Lo abbiamo incontrato per capire cosa ci riserva la scienza nei prossimi anni nella battaglia contro l'invecchiamento.
Professor Lanna, lei ha scoperto che alcune cellule del sistema immunitario trasferiscono telomeri ad altre cellule, rallentandone l’invecchiamento. Cosa significa per la nostra salute?
"Significa che il sistema immunitario non serve soltanto a difenderci dalle infezioni, ma può contribuire attivamente a mantenere giovani i tessuti. Alcune cellule immunitarie, in particolare i linfociti T CD4, possono trasferire telomeri (le strutture che proteggono il DNA) ad altre cellule dell’organismo. È come se il sistema immunitario distribuisse 'pacchetti di giovinezza biologica' ai tessuti che stanno invecchiando. Questo cambia profondamente il modo in cui pensiamo all’invecchiamento: non più un processo passivo e inevitabile, ma qualcosa che il corpo può regolare".
Cosa influenza questo meccanismo?
"La buona notizia è che sembra essere influenzato anche dallo stile di vita. Attività fisica regolare, sonno, alimentazione e riduzione dello stress cronico aiutano il sistema immunitario a rimanere funzionale più a lungo, in particolare condizioni che innescano meccanismi di ottimizzazione ed utilizzo degli acidi grassi come 'combustibile' per funzionamento dell’organismo. Parallelamente, abbiamo sviluppato la prima terapia al mondo (DOS) capace di riattivare questi programmi biologici in modo molto più potente e mirato, soprattutto laddove età o infiammazione impediscano al semplice stile di vita di essere effettivamente efficaci".
Siamo abituati a pensare al sistema immunitario come a qualcosa che ci difende da virus e batteri. Ma la sua ricerca dice che fa anche altro: ci tiene giovani.
"Sì, ed è probabilmente uno dei cambiamenti di paradigma più importanti degli ultimi anni nella biologia dell’invecchiamento. Per decenni abbiamo visto il sistema immunitario come un esercito difensivo. Oggi iniziamo a capire che è anche un organo di manutenzione dell’organismo. Quando il sistema immunitario è giovane ed efficiente, elimina cellule danneggiate o dannose, controlla l’infiammazione e aiuta i tessuti a rigenerarsi. Quando invece invecchia, aumenta l’infiammazione cronica e il corpo perde progressivamente la capacità di ripararsi e proteggersi. Ed è proprio qui che nasce il concetto di 'ringiovanimento immunitario': non aggiungere semplicemente anni alla vita, ma riportare il corpo in uno stato biologicamente più resiliente".
Nel suo ultimo lavoro, trasferire cellule T giovani in topi anziani ha allungato la loro vita in modo significativo. E nell’uomo?
"Negli animali abbiamo osservato risultati molto forti, e simili meccanismi biologici sono stati osservati nell’ uomo, il che ci rende ottimisti sul trasferire questi interventi nell uomo in seguito a sperimentazione accurata (trials) ed approvazione regolatoria. Per esempio, alcuni schemi prevedono un rilascio accelerato sul mercato laddove i dati clinici confermino le nostre osservazioni di ricerca. Credo che nei prossimi 5 anni vedremo le prime terapie immunologiche progettate specificamente per rallentare o reverire il declino biologico e migliorare la resilienza dell’organismo con l’età, espandendo notevolmente la aspettativa di vita in salute".
Tumori, demenza, malattie cardiovascolari: molte delle patologie che ci spaventano di più sono legate all’invecchiamento cellulare. Controllare questo meccanismo potrebbe davvero ridurre il rischio di ammalarsi?
"Assolutamente sì. L’invecchiamento immunitario è il principale fattore di rischio per quasi tutte le grandi malattie croniche moderne. Per questo molti ricercatori oggi vedono l’invecchiamento del sangue non come una conseguenza delle malattie, ma come la loro radice comune. Se riusciamo a mantenere le cellule immunitarie più giovani e funzionali più a lungo, o riportarle ad uno stato più giovane e funzionale, possiamo teoricamente ridurre contemporaneamente il rischio di molte patologie diverse. È una rivoluzione concettuale enorme: invece di trattare una malattia alla volta, intervenire direttamente su un singolo meccanismo biologico con radice nel sistema immunitario alla base di tutte".
Eppure c’è ancora chi considera l’invecchiamento un destino scritto nel DNA.
"Il DNA è importante, ma non è un copione immutabile. Il nostro organismo è molto più dinamico di quanto pensassimo. Oggi sappiamo che esistono programmi biologici che possono accelerare o rallentare l’invecchiamento cellulare. Il sistema immunitario, il metabolismo, l’infiammazione e perfino il modo in cui le cellule comunicano tra loro scambiandosi pezzi di gioventù (in forma di DNA telomerico) possono modificare profondamente il nostro stato ed età biologica. Per questo due persone della stessa età possono avere condizioni fisiche completamente diverse. L’età cronologica è semplicemente il tempo passato dalla nascita. L’età biologica è come quel tempo è stato vissuto dalle cellule. Ed è sull’età biologica che la medicina del futuro cercherà sempre di più di intervenire".
A settant’anni c’è chi ha ancora un sistema immunitario da quarantenne. Ma non è così per tutti. Dove sta la differenza?
"La differenza sta soprattutto nella velocità con cui il sistema immunitario si deteriora nel tempo. Alcune persone riescono a mantenere bassa infiammazione cronica e stress metabolico per decenni. Questo permette alle cellule immunitarie di conservare energia, flessibilità e capacità rigenerative. Genetica e fortuna hanno un ruolo, ma anche stile di vita, attività fisica, qualità del sonno, alimentazione e livello di stress incidono enormemente. L’esercizio fisico, ad esempio, non migliora soltanto i muscoli o il cuore: è uno dei più potenti modulatori del sistema immunitario che conosciamo. In un certo senso, allenarsi significa anche “allenare” la propria età biologica. Interessante notare che studiando i centenari abbiamo trovato gli stessi meccanismi immunologici di gioventù che la nostra ricerca ha scoperto e che adesso ci prepariamo a modulare in clinica".
Ci sono già integratori, farmaci o terapia che mostrano effetti concreti sul rallentamento dell’invecchiamento, o è ancora tutto prematuro?
"Esistono alcune strategie promettenti, ma bisogna distinguere tra dati scientifici solidi e marketing. La base più forte resta ancora sorprendentemente semplice: attività fisica, sonno regolare, nutrizione equilibrata e controllo dello stress. Questi interventi hanno effetti biologici misurabili sull’infiammazione e sul sistema immunitario. Sul fronte farmacologico, ci sono molecole molto studiate — come rapamicina, metformina o alcuni senolitici — che mostrano risultati interessanti nel ritardare alcuni segni dell’invecchiamento in laboratorio e in alcuni studi clinici iniziali. Gli stessi meccanismi sembrano invece avere efficacia ringiovanente più limitata, principalmente per via di meccanismi a differenti che regolino prevenzione dell’invecchiamento e ringiovanimento".
Cosa possiamo aspettarci dal futuro?
"La vera svolta probabilmente arriverà dalle terapie che riprogrammano direttamente e ringiovaniscono il sistema immunitario e la biologia cellulare, perché affrontano il problema alla radice e non soltanto i sintomi dell’invecchiamento. E credo che questo cambiamento arriverà molto prima di quanto immaginiamo oggi, nella forma di piccole molecole che stiamo per lanciare in sperimentazione sull’uomo".

