Cantù ora ci crede con De Raffaele: "Volevo l'estero, ma questa è una sfida che ti fa sentire vivo"

1 ora fa 1

Il coach due volte campione d'Italia a Venezia ha preso i brianzoli all'ultimo posto e ora è a +4 dalla zona retrocessione: "La lotta salvezza è un terno al lotto, dobbiamo contare solo su noi stessi, adesso abbiamo un'anima. Qui si respira basket e si può costruire, ma pensando al progetto servono le spalle larghe"

Giuseppe Nigro

Giornalista

8 aprile - 16:53 - MILANO

Un coach che in Italia abbia vinto più di scudetti di lui oggi in campionato non c’è. Al massimo è appena tornato Repesa che ne ha vinti altrettanti, due. Walter De Raffaele è tornato in panchina a fine gennaio per prendere la guida di Cantù che era all’ultimo posto in classifica dopo nove sconfitte consecutive. Nessuna bacchetta magica, la salvezza è ancora tutta da conquistare per i brianzoli, che oggi sono terzultimi a +4 dalla retrocessione dopo il successo da batticuore nello scontro diretto con Sassari. 

Ma uno sguardo alle ultime sei partite, in cui ha perso solo a Milano e a Tortona, racconta un trend oggettivo. Avanti verso l’obiettivo, a modo suo: “Sono molto diretto, faccio fatica a essere diplomatico, anzi falsamente opportunista - si racconta lui, livornese classe 1968 -. Ho sempre portato avanti le mie idee, alcune volte ha pagato e altre no. Non tutti apprezzano di sentirsi dire la verità invece che quello che ci si aspetta. Ma sono i valori che mi hanno insegnato: non riesco a essere paraculo”. 

De Raffaele, prima di scegliere Cantù, l’obiettivo era un’esperienza all’estero più che in Italia: perché? 

“Dopo l’esperienza di Venezia e quella di Tortona, dopo essere stato un po’ in giro anche nei momenti di ‘pausa’ mi è venuto il desiderio di un’esperienza di vita all’estero anche per levarmi dalla china che sta prendendo lo sport in Italia da un bel po’. Connesso cioè solo a vittoria e sconfitta, con la valutazione delle qualità di una persona legata solo ai risultati. Il mio pensiero è molto più trasversale, e quando hai un po’ di tempo questo ti fa riflettere. E’ chiaro che è un lavoro legato anche ai risultati, ma dovrebbe essere valutato a 360 gradi. E poi c’è il fattore età: a 58 anni mi faceva piacere un’esperienza all’estero che avevo rifiutato in passato per motivi familiari”. 

Per curriculum non è un allenatore da lotta salvezza. Cosa di Cantù le ha fatto guardare oltre e accettare questa sfida?

“Un po’ per carattere e un po’ per provenienza, essendo amante delle sfide volevo qualcosa che mi facesse sentire nuovamente vivo, unito anche a una situazione che poteva avere degli sbocchi. Ho preso una situazione che poteva essere molto difficile, ma si portava dietro una sfida in un posto che mi ha sempre affascinato per calore del tifo, storia, competenza. Volevo abbracciare questa sfida, magari incoscientemente rispetto a quello a cui potevo ambire, ma confrontandomi con la proprietà e la dirigenza mi ha attratto anche il desiderio che c’è di costruire, se riuscissimo a mantenere la categoria”. 

In cosa ha cambiato Cantù col suo arrivo? 

“Penso di aver cambiato l’approccio al lavoro da parte dei giocatori ma anche rispetto a gerarchie tecniche che potessero dare un’anima, questa è la cosa che più mi fa piacere: credo che ora la squadra ce l’abbia, e vada in campo non con l’idea di sperare di non perdere, ma di provare a vincere. C’è voluto del tempo perché dopo tante sconfitte sulle spalle l’ambiente era depresso, e sono contento di vedere adesso un entusiasmo generale ritrovato”. 

Dall’esterno quando si vede Cantù si guarda alla crescita di un giovane italiano come Bortolani: cosa ha già e cosa deve mettere? 

“Ha già il senso del canestro e la capacità importantissima di segnare in tanti modi. E ha già qualità fisiche importanti. Si sta impegnando molto sull’aspetto difensivo a livello di comprensione, tecnica, attitudine e questo impegno sta dando risultati: è molto più presente, spesso prende il giocatore più difficile. E’ un percorso lungo che non si può fare in due mesi. E offensivamente, credo che abbia le capacità per evolvere in un giocatore più importante, un palleggiatore capace di creare sia per sé stesso ma anche per gli altri”. 

Cantù ci ha messo cinque anni a tornare in Serie A, ha un palazzetto importante in costruzione: si sente il peso della responsabilità di non poter fallire? 

“Assolutamente sì, si sente. Personalmente ne ero molto consapevole. Ci sono investimenti, c’è una futuribilità. Si percepisce, ho cercato di tenere tutto questo fuori dal rettangolo di gioco perché la nostra squadra adesso ha un’anima e può combattere, ma a parte alcuni giocatori esperti, non abbiamo le spalle così larghe per tutto questo contorno”. 

Come si può spiegare a chi non la conosce cosa significa fare basket a Cantù? 

“Quando è capitato con Sandro Santoro di andare a una riunione dei tifosi, abbiamo trovato una partecipazione pazzesca, non solo per attività legate al basket anche per fare opere di bene. E al palazzetto questa presenza così massiccia del tifo organizzato è una spinta enorme verso la squadra, capace di restare equilibrata, senza essere estremi nelle valutazioni. Anche girando per Cantù, che è una cittadina piccola, questo attaccamento alla squadra si respira e l’ho apprezzato in personaggi impensabili, dal direttore di banca al negoziante che ti ferma: si respira pallacanestro, in questo è un po’ come nella mia Livorno ma qui ancora di più perché c’è un passato che, per quanto lontanissimo, ha un peso”. 

Cantù si salva se… 

“Se vince tante partite! Non so, da qui alla fine è un terno al lotto. Stiamo facendo un ottimo percorso, ora entrano in gioco il calendario, gli scontri diretti… Non è una frase fatta, ma dobbiamo avere la capacità di pensare a una partita alla volta, anche perché una non la giocheremo per il turno di riposo. Portarne a casa più possibile ci dà la possibilità di contare su noi stessi, perché se devi contare sui risultati degli altri spesso succedono cose opposte rispetto a quelle che pensavi. Non c’è una ricetta magica, ma credo molto nell’importanza per i miei giocatori di alzare il livello dell’attenzione”.

Leggi l’intero articolo