Berruti, il campione gentiluomo: quei 200 metri simbolo del boom e di un’Italia felice

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Da Modugno a Roma 1960, Livio è stato protagonista di un Paese rinato dalle macerie e capace di scoprire l’ottimismo e la voglia di futuro

Sebastiano Vernazza

Giornalista

10 agosto 2026 (modifica alle 07:27) - MILANO

Sono due le immagini simbolo dell’Italia del miracolo economico, l’Italia rinascente dalle macerie del secondo dopoguerra, con la vecchia lira che per un periodo divenne una moneta forte e credibile. La prima foto ci rimanda al Festival di Sanremo del 1958: Domenico Modugno allarga le braccia, canta “Volare” e l’Italia si scopre ottimista e spensierata. La seconda è datata 3 settembre 1960. Sono le 18, il cielo di Roma si prepara per il tramonto e il torinese Livio Berruti batte gli sprinter americani sulla distanza dei 200 metri, nella “nostra” Olimpiade. A un certo punto, mentre gli atleti imboccano il rettilineo, un nugolo di colombe si alza in volo. È un momento evocativo e suggestivo, gli italiani volano tutti nel blu dipinto di blu, felici di stare lassù. A quasi cent’anni dalla nascita, nel 1861, l’Italia tra Modugno e Berruti vive il suo tempo migliore, ogni cosa sembra possibile, il futuro non fa più paura, anzi. Se quel pomeriggio, sulla pista dell’Olimpico, si palesassero Audrey Hepburn e Gregory Peck in Vespa, si potrebbe girare il remake di “Vacanze romane”. Durerà poco, verranno presto gli anni bui della crisi economica, delle stragi e del piombo. Con Berruti se ne vanno duecento metri di felicità unica nel suo genere, perché l’oro di Pietro Mennea a Mosca 1980 non creerà le stesse suggestioni extra-sport, sarà un momento di stacco e stop. Non per colpa di Mennea, certo, quell’Italia era intristita e appesantita dal terrore. 

Il flirt con Wilma

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Con Berruti si dissolve un’idea di Italia che non esiste più da tempo, capace di divertirsi con misura, non sguaiata come oggi. Berruti portava gli occhiali scuri ("Ero miope, li mettevo anche nella vita di tutti giorni"), aveva fatto il classico, si era laureato in chimica (“L’effetto delle radiazioni sulle fibre tessili”, la tesi), avrebbe lavorato alla Fiat, alle pubbliche relazioni, nei tempi in cui si diceva che se qualcosa andava bene alla Fiat, anche l’Italia ne avrebbe beneficiato. A Roma 1960 si ritrovò al centro di un pettegolezzo innocente, candido, se osservato con i parametri del gossip di oggi. Lo fotografarono in atteggiamenti affettuosi con Wilma Rudolph, sprinter statunitense che a Roma vinse tre ori, e i giornali ci ricamarono sopra, una storiella da liceali. Lo stesso Berruti avrebbe poi spiegato: "Era nata una certa simpatia tra noi. Passeggiavamo per il villaggio mano nella mano. Un flirt innocentissimo che non ebbe seguito per la povertà in cui versava la squadra americana". Gli americani poveri? In che senso? "Wilma ed io, finite le gare, avremmo volentieri trasformato la nostra platonica amicizia in qualcosa di più solido, ma lei dovette lasciare immediatamente Roma perché lo squadrone americano, allora privo di sponsor, non aveva un dollaro da spendere in più per la permanenza dei suoi atleti. E così finì sul nascere quello che poteva anche diventare un grande amore". Forse ci scappò un bacio casto, forse – così si disse – Wilma piaceva a un giovane pugile venuto dal Kentucky, un certo Cassius Clay, ed era consigliabile non competere con costui. Malinconia per una storia mai nata, che in quell’Italia prospera, però bacchettona e razzista, fece discutere, perché Wilma era nera ed erano trascorsi appena cinque anni dal giorno in cui Rosa Parks, una sarta dell’Alabama, si rifiutò di cedere a un bianco il posto sull’autobus, come il regolamento prescriveva. “Indovina chi viene a cena?”, il film sull’amore tra una bianca statunitense di buona famiglia e un medico afroamericano, sarebbe uscito soltanto nel 1967. Wilma e Livio si sarebbero rivisti negli anni successivi, ma sempre di sfuggita, e poi lei si era sposata più volte. Quattro figli, e a neppure trent’anni, raccontano delle cronache del 1969, Wilma fu costretta a impegnare gli ori di Roma per pagare le cure a uno dei suoi bambini, ammalatosi sul serio. La Rudolph era un’atleta vincente nello sport e sfortunata nella vita. Bambina, venne colpita dalla poliomielite e rischiò di restare zoppa. Adulta, morì ad appena 54 anni, nel 1994, per un tumore al cervello. 

lui e pietro

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Wilma Rudolph e poi Pietro Mennea. Nel primo caso, un amore mancato. Nel secondo, un rapporto complicato, per non dire di peggio. Non si presero mai, i due più grandi sprinter italiani del Novecento. In un’intervista, così parlò Berruti: "Pietro era chiuso, scontroso, suscettibile. Io ero Platone, lui Aristotele: stavamo agli antipodi. Del tormento ed estasi di Michelangelo, Mennea era solo tormento. La sua chiusura era caratteriale. Considerava il mondo un nemico e per dare il meglio doveva sentirsi solo contro tutti". Fioccavano gli aneddoti. Quella volta che al centro federale di Formia il fratello di Mennea, spalleggiato da altre persone, aggredì Berruti, colpevole di aver dichiarato che Pietro aveva paura dei velocisti americani: insulti e cazzotti. Quell’altra occasione in cui Mennea attaccò Berruti per aver raccontato di aver ricevuto da lui in regalo una maglia che non era quella usata all’Olimpiade di Mosca, come Mennea gli aveva garantito che fosse in una diretta televisiva con Gianni Minà. Berruti considerava Mennea un masochista delle piste, ne apprezzava la mostruosa forza di volontà, gli allenamenti sempre al di sopra dei suoi limiti, ma non mancava di far notare che a Roma 1960 lui, Livio, aveva battuto gli statunitensi, laddove a Mosca 1980, nei 200 dell’oro di Mennea, gli americani non c’erano a causa del boicottaggio, per protesta contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan. 

200 metri davanti a tutti

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 Un uomo del passato, ma con i piedi nel futuro. Così parlò Berruti in un’intervista alla Gazzetta nel 2006, l’anno in cui resse la bandiera italiana alla cerimonia di chiusura dei Giochi invernali di Torino: "La mia vera passione è la letteratura scientifica. Ora sto leggendo libri sulle nanotecnologie e sull’intelligenza artificiale". L’intelligenza artificiale, vent’anni fa. Berruti era sempre 200 metri davanti a tutti.

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