Il 26 agosto scade lo sconto sul gasolio e i listini dei carburanti puntano al rialzo, ma dal 2000 ad oggi nell’Europa che ha puntato tutto sull’elettrico hanno chiuso 34 raffinerie su 109, con una capacità scesa del 15%: in Italia del 33%
Gianluigi Giannetti
21 agosto - 10:16 - MILANO
Mai avuto così tanto grano a disposizione, ma il prezzo del pane sale a dismisura. In agricoltura non avrebbe senso ciò che invece sta accadendo nel mondo del petrolio. Le riserve potenzialmente sfruttabili non sono mai state così ampie, ma si sta impennando il costo al pubblico dei prodotti finiti, cioè dei carburanti. La crisi che stiamo affrontando è insomma nella responsabilità del settore di chi il petrolio lo “cucina”, cioè lo trasforma e lo raffina. Si chiama cracking il processo che rompe le grandi molecole di idrocarburi pesanti di cui è composto il greggio in molecole invece più piccole e leggere, distillando così benzina e diesel. Questo sistema ha sempre avuto un costo, misurato con sistema chiamato crack spread, che confronta il costo di tre barili di greggio con i ricavi derivanti dai due barili di benzina e dal barile di diesel ottenuti in cambio. A metà luglio, il crack spread negli Stati Uniti è arrivato a 70 dollari, il livello più alto mai registrato, quasi il triplo rispetto a quello precedente all'inizio della guerra in Iran a fine febbraio. In sintesi, non c’è solo il prezzo del petrolio ad essere salito: il valore dei prodotti raffinati si è letteralmente sganciato da quest’ultimo. La crisi è questa e la soluzione non sarà rapida. Come purtroppo prevedibile, in Europa più che altrove.
L’Europa pensa all’elettrico
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Secondo gli esperti di Argus, agenzia specializzata a livello internazionale nel settore dei combustibili, nel Vecchio continente dal 2000 ad oggi hanno chiuso 34 raffinerie su 109, mentre una sola è stata aperta. La capacità è scesa del 15%, ma nello stesso periodo in Medio Oriente e nel Sud-est asiatico è aumentata di ben oltre il 50%. L’Unione europea paga evidentemente l’idea di aver considerato la raffinazione del petrolio come industria non utile al grande progetto di transizione verso l’elettrico. In questo settore Bruxelles non ha strutturato investimenti, e anzi ha contribuito ad aumentare i costi di produzione. Le norme ambientali più rigide hanno certo portato alla riduzione delle emissioni in senso assoluto, imponendo però alle aziende di raffinazione l’acquisto di quote sul mercato Ets, al prezzo di circa 82 euro a tonnellata di CO2. Significa imporre un costo lordo teorico aggiuntivo fino a 4 euro a barile di petrolio, anche se attualmente parte delle quote sono gratuite per evitare la fuga di imprese all'estero. Considerando anche il costo dell’energia elettrica necessaria per la raffinazione, nettamente superiore in Europa rispetto ad Asia e Usa, è difficile per le aziende raggiungere facilmente il pareggio.
Il mondo ingrana la marcia
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Il mercato della raffinazione tratta circa 102 milioni di barili di petrolio al giorno attraverso 650 raffinerie operative in tutto il mondo. Dopo un rallentamento nella fase della pandemia, il settore ha ripreso a crescere, anche se con orizzonti differenti. L’area Asia-Pacifico oggi ha una quota del 41% della capacità di raffinazione, seguita dal Nord America al 18% e dall’Europa al 16%. Gusto per capirci, il peso della Cina è quasi raddoppiato in due decenni, passando da 10,6 milioni di barili al giorno nel 2005 a 18,8 milioni di barili nel 2025. Perfino il Medio Oriente ha cambiato strategia. Dove un tempo si pensava solo ad esportare petrolio oggi esiste una capacità di raffinazione da circa 13 milioni di barili concentrata in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. Secondo il più recente rapporto Opec, che rappresenta i produttori di petrolio, il sistema globale di raffinazione vedrà un aumento di capacità di circa 5,8 milioni di barili al giorno nel medio termine. La stragrande maggioranza di questo nuovo incremento è prevista nei Paesi in via di sviluppo dell’Asia-Pacifico (3,2 milioni di barili al giorno), del Medio Oriente (1 milione di barili al giorno) e dell’Africa (1,2 milioni di barili al giorno). In base alle stime Opec, Cina e India da sole varranno il 60% della crescita globale entro il 2030.
La Cina gioca di strategia
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Raffinare petrolio rende più che estrarlo, questo è il quadro. La dimensione globale del mercato è stimata a 1.802.899,99 milioni di dollari nel 2026 e si prevede che raggiungerà 2.271.338,79 milioni di dollari entro il 2035, crescendo ad una media annua del 2,6%. In più, gli stati possono giocare di strategia in modo incredibilmente raffinato, per ora a nostro danno. Se è vero che la Cina è il primo raffinatore mondiale per capacità installata, con circa 18,8 milioni di barili al giorno, utilizza comunque non oltre il 78% della sua capacità, e questo significa mantenersi una riserva strategica per ogni evenienza. Gli Usa sono invece secondi per capacità, a quota 17,9 milioni di barili, ma viaggiano ormai quasi al 95% delle loro possibilità, così come l’India, che vuole raggiungere circa 6 milioni di barili entro il 2030. L’Europa nel suo complesso vale 12,8 milioni di barili, ma l’Agenzia Internazionale dell'Energia segnala che è in declino, senza che sia prevista la costruzione di nessuna nuova grande raffineria.
L’Italia che saluta
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Secondo quanto riferisce Unem, che rappresenta le principali imprese del settore che operano in Italia, nel 2000 nel nostro Paese venivano lavorate 94,2 milioni di tonnellate di prodotti raffinati, 25 anni dopo siamo scesi a 64 milioni, con una riduzione del 33%. L’italia è autosufficiente per la benzina, ma dipendiamo dall’estero per circa il 23% del diesel e per il 50% del combustibile per aerei. Le principali raffinerie italiane, oltretutto, sono passate in mano straniera. Nel 2024 l’olandese Vitol ha acquisito l’impianto di Sarroch, vicino Cagliari, uno degli stabilimenti più importanti del mediterraneo. Alla compagnia petrolifera statale azera Socar sono andate le raffinerie di Trecate in Piemonte e di Falconara nelle Marche, mentre quella di Priolo Gargallo in Sicilia, che da sola vale sola un quinto dell’intera capacità di raffinazione nazionale, è nel controllo della cipriota Goi Energy. Sempre in Sicilia, l’impianto di Augusta è ora di proprietà della compagnia petrolifera statale algerina Sonatrach, mentre quello di Milazzo è diviso al 50% tra Eni e Kuwait Petroleum, compagnia petrolifera nazionale del Kuwait. Il pane costa molto più del grano, con il forno che diventa sempre meno italiano.



