In Europa è un ingrediente comune delle creme solari dal 2000, mentre negli USA sarà possibile acquistare una protezione solare che lo contenga solo a partire da settembre 2026, in seguito all'approvazione ufficiale da parte della FDA: parliamo del bemotrizinolo, una sostanza chimica molto efficace che protegge dall'intero spettro di raggi UVA (quelli più dannosi, responsabili dei danni più profondi alla pelle), oltre che dagli UVB (responsabili delle scottature).
Era da quasi trent'anni, dall'approvazione dell'avobenzone, che l'FDA non autorizzava un nuovo ingrediente attivo per le creme solari. Come mai ci ha messo così tanto?
A differenza dell'Europa, dove sono considerate cosmetici da banco, negli Stati Uniti le protezioni solari sono trattate come farmaci da banco: prima di essere messe in commercio, devono essere sottoposte a diversi test sugli umani e controlli di sicurezza.
I vantaggi del bemotrizinolo
Il bemotrizinolo è una sostanza (con formula C38H49N3O5) sviluppata negli anni Novanta da un gruppo di chimici svizzeri. Essendo approvato da anni in molti Paesi al di fuori degli USA, diversi studi hanno potuto testarne l'efficacia e i vantaggi rispetto ad altri filtri solari.
Oltre alla già citata ampia protezione contro i raggi UVA e UVB, il bemotrizinolo ha un'elevata fotostabilità (ovvero mantiene le proprietà quando viene esposto alla luce) e, secondo uno studio del 2001, aiuta a stabilizzare l'avobenzone, contribuendo a mantenerne la protezione UVA nel tempo. È inoltre molto efficiente e viene assorbito molto poco dall'organismo, senza accumularsi nel plasma.
Rispetta gli oceani?
Sappiamo che molti filtri chimici utilizzati nelle creme solari sono dannosi per la vita marina e causano lo sbiancamento dei coralli. In Europa l'uso di filtri UV come l'ossibenzone e l'octinoxato è strettamente regolamentato: nei solari il primo può essere presente al massimo al 2,2%, mentre il secondo al 10%. E il bemotrizinolo? Per ora non è stato associato allo sbiancamento dei coralli né ad alterazioni della vita marina, e i primi dati suggeriscono che non si bioaccumuli negli ambienti marini. Tuttavia non abbiamo dati di studi a lungo termine che ci permettano di etichettarlo con certezza come "innocuo per la vita marina".
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