
intervista
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A dieci giorni dalla finale di Champions, l'ex centrocampista ricorda il successo di sessant'anni fa: "Quel Benfica era uno squadrone, segnò il mio amico Jair. Allora avevamo più fame perché molti di noi erano poveri... Io a San Donà abitavo in una baraccopoli"
D ieci giorni. Solo dieci giorni e poi Lei, la finale. Inter-Psg, il massimo che c’è, la notte delle stelle. Come quando c’era la Grande Inter, quella dei Sarti, Burgnich, Facchetti, eccetera eccetera. E di Gianfranco Bedin, che faceva una vita da mediano prima di Ligabue e prima di Oriali. Stava "sempre lì nel mezzo a recuperar palloni". Recupera e recupera, Bedin, torello razza Piave, debutta prima in Coppa dei Campioni che in campionato. Bedin è sempre stato (o quasi) un “quattro”, inteso come numero di maglia. Bedin di corsa, di fretta, anche ieri, all’alba degli ottanta anni (il compleanno sarà il 24 luglio). Al telefono, in giro, al supermercato, al parcheggio: "Beh, dai, insomma, mi muovo, ho delle cose da fare. Mai star fermi. Mai".