L'astronauta italiano dell'ESA Luca Parmitano racconta la sua avventura nel triathlon e il traguardo della doppia qualificazione all'Ironman World Championship e condivide il suo modo di vivere la pratica sportiva
Alberto Fumi
25 aprile - 12:31 - MILANO
“L’alba è ancora lontana e iI temporale arriverà solo fra molte ore, ma l’aria è già carica di energia: vibra come una corda tesa allo spasimo, mentre 2200 atleti contemplano nella loro mente la giornata che sta per iniziare, l’atto finale di un percorso durato mesi o, per qualcuno, anni di allenamenti, sudore, chilometri in silenzio, accompagnati solo dai propri pensieri o dal suono dell’acqua, del vento, dei propri passi”.
Queste sono le emozioni di Luca Parmitano pochi istanti prima della partenza di Ironman Texas - North American Championship, la gara “di casa” che gli regalerà il sogno della qualificazione alla finale mondiale di Kona della sua categoria di età. 9h50'30” per raggiungere il traguardo dopo 3,8 km di nuoto, 180 km di ciclismo, 42,195 km di corsa, un primato personale maturato dopo anni di pratica di questo sport che consegna all'astronauta dell'ESA, l'Agenzia Spaziale Europea, la slot per Kona, il sogno di tanti triatleti. Si tratta di un successo raggiunto nella passione di una vita, un traguardo sognato da quando ha iniziato a praticare triathlon, un risultato raggiunto con la consapevolezza di chi ogni giorno studia e lavora per andare nello Spazio.
Luca, sembra davvero felice per questo traguardo della qualificazione al Mondiale Ironman. Questo fa superare anche la fatica?
“Ho già ripreso a fare un po' di movimento per iniziare una fase di ripresa, la soddisfazione è ancora tangibile, quella resta: ho raggiunto un traguardo che inseguivo da un po' di tempo”.
La aspetta un autunno a tutto triathlon.
“Ero già qualificato al Mondiale di Ironman 70.3 di Nizza quindi, nell'arco di un mese, parteciperò a due mondiali. Lo considero un regalo, il regalo che faccio a me stesso per i cinquant'anni. Il mio unico pensiero è quello di godermi entrambe le gare, l'ambiente, l'atmosfera, l'esperienza e darò il massimo di me stesso. Io mi alleno in Texas, una condizione molto diversa da quella che troverà sia a Nizza sia a Kona”.
Lei pratica triathlon ormai da molti anni: come si è evoluta questa sua doppia veste di astronauta e sportivo appassionato?
“Ho pensato molto a come si è sviluppato questo diagramma di Venn e ho concluso che il Luca astronauta e il Luca triatleta sono quasi del tutto sovrapposti. Nello sport, c'è la sfida personale, il desiderio di fare bene, la voglia di mettersi in gioco costantemente, poi mantenere un livello di forma fisica adeguata è necessario per gli astronauti. Avere un'obiettivo chiaro rende più facile fare sport, dà molte più motivazioni che praticarlo solo per stare in forma”.
Che cosa suggerirebbe, in base alla sua esperienza, a chi si approccia a questo sport?
“Penso che il consiglio migliore arrivi sempre dall'esperienza personale, dipende molto da ciascun individuo. È fondamentale avere una direzione in cui correre: non conta la velocità alla quale si corre, l'importante è correre”.
Come condivide la sua passione con sua moglie Marta e con la sua famiglia?
“Marta è una sportiva, si diverte molto praticando Crossfit e ci diamo supporto a vicenda. So che ha iniziato invogliata dal vedere quanta gioia mi dà lo sport. In un certo senso è vittima di questo e della quantità di tempo che impegno del praticare triathlon, è un prezzo che pagano la mia famiglia, i miei amici, le mie figlie. Marta fa tutto questo con eleganza, con gioia, con una volontà di supporto che è uno dei motivi per cui ci siamo sposati, per cui la amo. Capisce davvero quanto tutto questo sia importante per me”.
A proposito di condivisione, si vede che spesso ha voglia di pubblicare sui social le sue avventure.
“Questo aspetto ha una doppia lettura. Da una parte, c'è il piacere di celebrare un momento di gioia, un attimo di grande felicità, come chiunque può fare, che sia che sia riconoscibile in rete oppure no. Dall'altra c'è la voglia di utilizzare una piattaforma per dare motivazione, per spingere, per credere in qualcosa di grande. Per me, c'è il sogno di volare sulla luna, il sogno di tornare in orbita, poi c'è il sogno di raggiungere la qualificazione per Kona. La qualità dei sogni è indistinguibile e la condivisione serve anche a dare la prospettiva a tutti di avere un obiettivo davanti, di avere un progetto, di avere qualcosa sulla quale indirizzare gioia, volontà, desiderio. E quella condivisione serve a dire che, qualunque sia il progetto, vale la pena di metterci il 100% dell'impegno, perché qualsiasi sarà il risultato avrete comunque raggiunto la soddisfazione”.
Nelle sue parole si percepisce sia una base di umiltà e rispetto di tutto ciò che fa, sia una grande consapevolezza che alimenta una considerevole ambizione: come stanno insieme questi due caratteri?
“Credo che sia una combinazione di tante cose diverse. Sicuramente l'educazione ricevuta mi ha mi porta a guardare tutto nella giusta prospettiva. C'è anche il fatto di avere cinquant'anni ormai, quindi una certa maturità, e poi tanto viene dalla mia educazione in Aeronautica Militare. Ho affrontato alcune delle prove più difficili della mia vita come operatore, come studente, come pilota, come ufficiale dell'Aeronautica Militare, che mi hanno lasciato moltissimo. Mi hanno insegnato sia ad avere fiducia nella squadra, sia ad avere fiducia nelle mie capacità e nella mia preparazione. Ho imparato anche a credere nello studio, in chi ci guida, nel lavoro di squadra, e a vivere positivamente il confronto con altri piloti, con altri astronauti, con altri atleti. È da tutto questo che deriva la consapevolezza di avere delle capacità proprie dalle quali attingere, ma anche che è assolutamente importante comprendere che da soli non si va da nessuna parte”.
Lo sport che ha praticato e le esperienze sportive che ha vissuto direttamente sulla sua pelle, hanno lasciato un'impronta su di lei sia come persona, sia come astronauta?
“Se c'è una lezione che posso sottolineare dal punto di vista sportivo, è il fatto che nello sport ci sono cose sulle quali tu hai il controllo, e quindi sulle quali puoi soffermarti e lavorare, e poi ci sono tantissime cose sulle quali non hai alcun controllo e dunque è inutile soffermarsi o perdere il sonno. Stare su ciò che possiamo controllare incide anche sul nostro benessere fisico e mentale e questo vale anche sulla mia vita da astronauta: ho il controllo sulla qualità del mio addestramento e poi ci sono cose che non posso gestire, come aspetti politici, oppure legati al momento storico o semplicemente alla fortuna”.
Quanto utilizza la tecnologia nella pratica sportiva?
“Mia moglie direbbe che sono quasi maniacale nell'utilizzo della tecnologia, dice che utilizzo il mio corpo come se fosse una macchina. Ho addirittura cercato di migliorare l'aerodinamica della mia bicicletta. In allenamento però, anche grazie a questa conoscenza di me stesso, spesso ascolto le sensazioni, l'istinto: ho un programma ben strutturato, ma se sento che non è giornata sono sempre pronto a cambiare i piani”.
A proposito di piani, quali sono le sue prospettive da astronauta per l'immediato futuro?
“L'unica certezza che abbiamo nel mondo del volo spaziale umano è che tutto cambia. Oggi do una risposta che è diversa da quella che avrei dato sei mesi fa e che sarebbe cambiata ulteriormente tre mesi fa. Detto questo, resto assolutamente ottimista, sia come come astronauta dell'Agenzia Spaziale Europea, sia come astronauta italiano all'interno di questo contesto internazionale: credo che ci siano molti pezzi in movimento in questa grande macchina che serve per portare un astronauta a volare nello spazio e in questo momento le prospettive, secondo me, sono positive. Per questo mi permetto - ma questa è una mia caratteristica - di restare assolutamente ottimista e di continuare a sostenere i miei sogni”.

