Taremi&C. si sono illusi di essere ripescati fino allo strano 3-3 del Girone J tra Austria e Algeria. Tutti a casa dopo aver vissuto settimane difficili
Non bastava la guerra permanente con gli Usa e la pace traballante tra Washington e Teheran, i visti negati dall’amministrazione Trump a 11 componenti della delegazione considerati troppo vicini agli ayatollah, i viaggi lampo negli Usa per le partite con possibilità ridottissime di allenamento sul posto. E ancora il cambio del campo base in tutta fretta prima del Mondiale, le tensioni con gli esuli persiani sul suolo americano e pure le polemiche attorno al Pride di Seattle, osteggiato dalla Repubblica Islamica, mentre Taremi e soci si divoravano la vittoria contro gli egiziani. La maledizione dell’Iran in questo torneo ha avuto il momento finale davanti alla tv, nell’ultima giornata dei gironi. Dopo il pareggio beffa contro l’Egitto, bagnato da lacrime e rimpianti per un folle recupero in cui è stato annullato un gol per millimetri ed è stata presa una traversa più che beffarda, c’erano comunque buone possibilità di classificarsi per la prima volta alla fase a eliminazione diretta del Mondiale nel lotto delle migliori terze. Serviva prima una vittoria del Ghana sulla Croazia ed è accaduto il contrario. Serviva poi almeno un pareggio dell’Uzbekistan contro la Repubblica Democratica del Congo, ma gli africani hanno rimontato da 0-1 e battuto Cannavaro. Poi l’ultimo spiraglio, il più crudele: in Austria-Algeria all’Iran bastava che una delle due squadre vincesse. Al 93’ Riyad Mahrez ha segnato il 3-2 algerino e in quel momento Teheran era virtualmente in festa. Al 96’ Sasa Kalajdzic ha trovato il 3-3 con il primo pallone toccato: Austria e Algeria dentro insieme, Iran fuori. Senza giocare, senza perdere un match nel gruppo. E, soprattutto, con un fortissimo odore di pasticceria intorno: il sospetto di biscotto è un pensiero naturale e condiviso da tanti, ovviamente anche dentro al Team Melli.
LA MALEDIZIONE
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L’Iran ha vissuto da Tijuana quest’ultima giornata agonica, degna fine di un Mondiale surreale. Originariamente lo staff media del club aveva previsto anche la denuncia di un dirigente federale all’allenamento, ma è stata cancellata dopo la rimonta del Congo. Poi è stato cancellato, addirittura, l’intero allenamento. Per finire, tutti i giocatori sono rimasti ammutoliti davanti alla tv per il 3-3 e l’organizzazione assai arrangiata attorno alla squadra ha già previsto il ritorno in patria dal Messico. Tra l’altro, è una ferita che si aggiunge alle altre nella recente storia calcistica della Repubblica Islamica. Nel 2014 il sogno iraniano era stato spezzato da una magia di Messi. Nel 2018 addio contro il Portogallo dopo un pareggio doloroso. Nel 2022 di fronte agli Stati Uniti, proprio loro: altre lacrime dopo un finale furibondo. Stavolta, però, è stato perfino peggio, tra la guerra in casa e le difficoltà infinite attorno.
LA POLEMICA
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Dopo la beffa dell’1-1 con l’Egitto, nel loro spogliatoio di Seattle gli iraniani hanno volutamente lasciato un messaggio su una lavagna tattica: lì hanno ribadito che il calcio non è soltanto competizione per il risultato, ma anche un “test del carattere”. In mezzo al ringraziamento alla città, si rimarcava tra le righe la frustrazione del momento, tra il gol annullato nel recupero e il generale trattamento ricevuto durante il torneo, tra controlli di sicurezza, ritardi in aeroporto, viaggi brevi trasformati in odissee di ore. Anche una volta messo piede in territorio americano, sono venuti a bussare i soliti fantasmi di un passato mai davvero risolto: c’erano tantissimi altri iraniani, esuli fedeli alla vecchia monarchia e in lotta da decenni contro gli ayatollah, pronti a contestarli per le vie di Los Angeles e Seattle e a fischiare l’inno allo stadio. Alla fine dell’ultimo match Taremi ha definito tutto questo, per la seconda volta e con tono ben più alto, “a disaster”. Un disastro. Ha accusato la Fifa di non avere risolto i problemi e ha chiamato in causa anche Gianni Infantino, che avrebbe promesso aiuto dopo le prime difficoltà senza però cambiare davvero la situazione. In campo l’ex Inter aveva sbagliato un rigore sanguinoso e guardava attonito il cielo, come a chiedersi perché: in fondo, in questo Mondiale 2026, agli iraniani non è andata dritta mezza.


