Jonas, lacrime ed emozioni di un trionfo speciale: "Spazzati via dubbi e paure per l’incidente del 2024"
Si è goduto ogni istante di una giornata straordinaria e, quando ha ricevuto il Trofeo Senza Fine, aveva già pianto. La narrazione di un Jonas Vingegaard incapace di emozionarsi finisce definitivamente in un pomeriggio vissuto nel cuore della grande bellezza di Roma,e lui vestito con la rosa della consacrazione. Primo danese della storia a vincere il Giro d’Italia – dopo l’ultimo sprint firmato, finalmente, da Jonathan Milan – ottavo di sempre a poter contare sui successi a Giro, Tour e Vuelta. Alle nove della sera, con vista sulla magnificenza dei Fori Imperiali, Vingegaard è ancora lì che continua a firmare maglie rosa. Si percepisce, tra chi assiste, l’eccezionalità della giornata. Jonas ha dominato l’edizione 109 ed è il miglior viatico possibile per l’ennesima supersfida con Tadej Pogacar che lo aspetta dal 4 luglio al Tour. Per tentare una doppietta che solo Pogi, due anni fa, ha realizzato in questo secolo.
Jonas, qual è il primo concetto che le viene in mente per descrivere questo trionfo?
"Pietra miliare (con la Gazzetta usa proprio il termine milestone; ndr). Il successo al Giro mi proietta in un’altra dimensione, anche perché sono successe tante cose negli ultimi due anni in cui ho passato momenti duri. Sono stato assalito da dubbi".
Il riferimento è sempre, anzitutto, a quell’incidente ai Paesi Baschi del 2024?
"Sì, e mi spiego. Ero già tornato a vincere, a salire sul podio del Tour. E avevo conquistato l’ultima Vuelta. Risultati importantissimi. Ma solo ora mi sento essere tornato quello di prima, o anche meglio di prima. Devo ringraziare il Giro, per questo. Lungo queste tre settimane, anzi quasi un mese, mi sono sentito rinascere".
Una curiosità: la sua esultanza di sabato a Piancavallo, con le braccia così larghe, ha ricordato il tipico modo di festeggiare di Marco Pantani. È solo una coincidenza?
"Sì, lo è. Non è la prima volta che celebro così, quando ho potuto l’ho fatto quasi sempre negli ultimi tre anni. Non c’è un motivo vero e proprio, se non quello di sottolineare la mia felicità e voler simboleggiare tutto il lavoro che c’è dietro, non solo mio".
Il momento più bello del Giro?
"Il successo di Sepp Kuss vale i miei cinque. In generale, sceglierei l’atmosfera che c’è stata in squadra per tutto il tempo, le vibrazioni positive che ci siamo trasmessi a vicenda. Ci sono cose che dalla televisione non si possono capire".
Per esempio?
"Il ciclismo non è come la playstation. Non è un videogioco dove si usano dei pulsanti. In questo sport la differenza si fa con la spinta nelle gambe, e non tutti i giorni hai la forza per farlo al meglio. Eppure, con la squadra siamo riusciti a controllare il Giro d’Italia alla perfezione. Significa tanto".
Ha realizzato la portata dell’impresa?
"Non ancora. Credo di avere bisogno di un po’ più di tempo".
Aveva vinto a Carì nel giorno del 58° compleanno di Federico X, il re di Danimarca. Lo ha sentito in questi giorni?
"Sì, mi ha chiamato giusto prima dell’ultima tappa. È sempre un onore, ho avuto il privilegio anche di incontrarlo di persona qualche volta ma... non per questo è stato meno speciale".
Questo è un periodo storico speciale per il ciclismo: lei e Pogacar dominate i grandi giri, poi ci sono Evenepoel, Van der Poel, Van Aert… Un onore farne parte?
"Sì. Ed è giusta questa notazione. Abbiamo un corridore come Pogacar, capace di vincere tutte le gare in un anno, non solo i grandi giri. E molto spesso le gare sono spettacolari. Credo che il pubblico si diverta molto".
Prima delle brevi e meritate vacanze, le chiediamo: con il Giro nelle gambe, non sarà più difficile ambire alla maglia gialla?
"Io penso il contrario. Ho già notato che, se faccio due grandi giri consecutivamente, nel secondo vado più forte. Il tempo lo dirà, però da questo Giro sono uscito bene, in netta crescita rispetto a quando l’ho iniziato. Lo considero il migliore degli auspici. Abbiamo deciso, con la squadra, di tentare la doppietta Giro-Tour a novembre. Ora siamo a metà dell’opera, e ci crediamo più che mai".



