racconto
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Uno dei più grandi della storia del pugilato, elegante e spietato, umano nei vizi e divino nei pugni, che ha vinto tutto e ha tenuto incollate generazioni intere davanti a una tv
Quelli come lui strofinavano sul malcapitato di turno il gambo di spine, mentre nella retina del pubblico restavano impressi i petali della rosa. Quelli come lui sono stati davvero pochi; forse per questo nominarli equivale a individuare gli abitanti dell'Olimpo su un manuale di epica classica. Li accomuna una sorta di prestidigitazione pugilistica: quel linguaggio parlato, o meglio cantato, nell’empireo della boxe, da Ray Robinson, che poi non si chiamava nemmeno così e che fu il primo “Sugar” in omaggio all’estetica; ovviamente da Muhammad Ali, che danzava tra i cingolati; da istrioni come Nicolino Locche o Teofilo Brown. Pochissimi eletti per un pugilato d’elezione, come quello che Ray Charles Leonard comunicava alle braccia attraverso l'armonia delle gambe; con i lineamenti di un principe e una muscolatura che ancora oggi sembra rifinita dal bulino di Benvenuto Cellini. Settant'anni oggi, germogliato a Wilmington, in Carolina del Nord, il 17 maggio del 1956, in lui come in pochi altri la boxe si lega alla vita ed entrambe è come se avessero tentato continuamente di scavalcarsi a vicenda.



