Il capitano nerazzurro: "Da qui devono cacciarmi... Dopo il Mondiale per club ho pensato che era finita". "Da bambino non avevo una casa, ma ero felice". "Chivu? Non avevo dubbi". "Non conto i gol, ma sarebbe bello raggiungere Meazza"
dagli inviati Filippo Conticello e Roberto Maida
19 maggio - 00:07 - APPIANO GENTILE
Lautaro Martinez, quale regalo si è fatto per il doblete?
"Niente di particolare. Il regalo è il prossimo obiettivo da raggiungere".
Allora è il secondo Mondiale.
"Magari. Mi sono preparato per arrivarci al top".
Qualcuno le ha fatto un regalo, invece?
"Mio padre e mia madre, che sono arrivati in tempo per i festeggiamenti. Non potranno venire al Mondiale perché lavorano ma erano contenti di partecipare ai successi dell’Inter".
Il messaggio più bello che ha ricevuto?
"Da mia nonna, che non sta bene: mi ha fatto emozionare. Quando ero piccolo, puliva la scuola dove studiavo e io l’aiutavo per farla finire in fretta. Si chiama Olga ed è qui, sul mio braccio (mostra il tatuaggio, nda). Mi spiace che ora siamo distanti. Il doblete è dedicato a lei".
Lautaro non è cresciuto in una famiglia benestante. Com’è stata l’infanzia in Argentina?
"Spiego. Mio padre era calciatore. Quando è diventato professionista, raggiungendo la serie B, ha lasciato il lavoro di meccanico aereo alla base navale di Bahia Blanca. E siccome la sua squadra di calcio è retrocessa, i soldi non erano tanti per mantenere una famiglia. Si è reinventato infermiere per le persone anziane, mentre mia madre ha cominciato a guadagnare qualche spicciolo come colf. Ma eravamo tre fratelli e il denaro a casa non bastava mai".
Mancava il cibo?
"Non proprio. Con i miei fratelli facevamo un gioco su chi mangiava di più. Ma ricordo la sensazione di fame aspettando la cena. E poi non potevamo pagare un affitto. E così per quasi tre anni abbiamo vissuto a casa di un amico: pagavamo solo 100 pesos ogni tanto (al cambio di oggi 6 centesimi di euro, ndr) per l’elettricità".
Cosa le resta di quel periodo?
"Se ci ripenso, sorrido. Ero felice. Felice così. Mi piacerebbe riprovare certe sensazioni, che mi hanno formato come uomo. Ho imparato grazie ai miei genitori l’umiltà e il rispetto che ora sto trasmettendo ai miei figli".
Il pallone quando compare nella vita di Lautaro?
"Da sempre, grazie a mio padre. Andavo ai suoi allenamenti. E nel giorno della partita, mi nascondevo nello spogliatoio per ascoltare i discorsi del capitano. Che era lui, papà".
Quando ha capito di essere così bravo da poter vivere di calcio?
"Non saprei dirlo. A 13 anni giocavo anche a basket, perché a Bahia Blanca è uno sport popolare: mio fratello Jano fa il playmaker in Serie A nel Ferro Carril. A 15 anni però sono andato al Racing e mio padre mi chiese di scegliere. Ma non c’era granché da decidere, ero più adatto al calcio".
Avellaneda, cioè Buenos Aires, non è proprio dietro l’angolo.
"Infatti non è stato semplice trasferirmi a 600 chilometri da casa. Ho percepito la malinconia. È dura quando sei un ragazzino e non hai nessuna persona cara accanto. Per di più, il mio fratello più grande, Alan, ha avuto qualche problema di salute e io non ero sereno. Per fortuna fu mio padre a darmi la forza: ci teneva che io realizzassi il mio sogno e anche il suo, cioè sfondare nel calcio. Sarebbe stato anche disposto a seguirmi a Buenos Aires, ma io gli dissi che ce l’avrei fatta da solo. In effetti ho resistito".
Ora l’Inter è casa sua. Chiuderà la carriera qui?
"Sicuramente vorrei. Non ho ancora le chiavi di Appiano, ma quasi... Con la mia famiglia siamo felici, abbiamo anche un ristorante, i bambini vanno a scuola e hanno i loro amici. Oggi per me è difficile immaginarmi da un’altra parte. Nel calcio non si sa mai, ma se non mi mandano via io rimarrò qui".
Tiene ai record realizzativi?
"Dico la verità: non so nemmeno quanti gol ho segnato. So che sono terzo nella classifica di sempre dell’Inter e stop. Non è una cosa che guardo".
Continuando così, un giorno, potrebbe superare Giuseppe Meazza, il primo, il Mito.
"Sarebbe bello perché Meazza è la Storia, dell’Inter e di Milano. Potrei farcela ma devo ricominciare a tirare i rigori (ride di nuovo, nda)".
Come si diventa capitano di una squadra?
"È qualcosa che hai dentro. Non la alleni. Devi avere la personalità, la leadership. E devi essere da esempio. Però un capitano non è niente senza il gruppo. Posso dire che nell’Inter ce n’è uno fantastico, perché tutti hanno la mentalità vincente".
Mourinho sostiene che nessuno della squadra attuale giocherebbe in quella del Triplete.
"Ognuno ha le sue idee. Per me non ha molto senso paragonare calciatori di epoche diverse. L’importante è pensare al bene dell’Inter senza ascoltare troppo le chiacchiere. Bisogna vivere il presente, che è tanta roba. Tantissima".
Quello di questi giorni è il Lautaro migliore di sempre?
"Certamente, perché mi sento molto felice e sicuro quando gioco. Mi muovo con grande spensieratezza, anche a livello tattico. Prima non era così".
Merito del suo psicologo?
"Sì. Ho avuto tanti problemi personali, soprattutto fuori dal campo, prima che nascesse mia figlia. E la terapia mi ha aiutato, per esempio a gestire i momenti in cui non facevo gol. Certe volte dubitavo di me stesso, se fossi ancora in grado di giocare a calcio, se meritassi di essere il Dieci dell’Inter. Pensate dove può arrivare la mente umana. Lì ho capito che avevo bisogno di supporto, perché mi stavo infilando in un tunnel. Anche oggi continuo ad essere seguito dallo psicologo della società. Mi ha sostenuto nei 46 giorni di infortunio, che non sono stati semplici".
Dopo la finale di Champions dello scorso anno ha temuto di finire di nuovo in quel tunnel?
"Dopo la finale no, dopo il Mondiale per club sì. Ho pensato a molte cose, ho sofferto molto. Non dico di aver chiesto di andare via, ma dentro di me percepivo la sensazione che se fosse arrivata un’offerta importante forse... Ero devastato. Da quello stato d’animo nasce l’intervista successiva all’eliminazione con il Fluminense. Sono uscito, ho infilato la maglietta e ho detto quello che pensavo".
Chi non vuole restare vada via, disse.
"Volevo condividere quello che avevo visto nello spogliatoio. Da capitano era doveroso. Poi sono andato in vacanza e per tre settimane non mi sono allenato, ho mangiato e basta. Infatti al rientro pesavo un po’ di più...".
Senza quello sfogo, l’Inter sarebbe ripartita?
"Non lo so. Ma aver parlato in pubblico ha fatto rumore. Ma ce l’avevo anche con me stesso, perché non ero esente da colpe. Poi Chivu ci ha dato una mano, portando aria nuova. Senza nulla togliere a Simone, che ci ha fatto vivere quattro anni meravigliosi".
Quando ha saputo che Chivu era stato designato come allenatore dell’Inter cosa ha pensato?
"L’ho chiamato subito. Non avevo dubbi che avrebbe fatto molto bene. Lo conoscevo dalle partitelle che facevamo ad Appiano contro la sua Primavera: sembrava un predestinato".
L’unica macchia resta l’eliminazione con il Bodo. È stato meglio uscire per spostare l’attenzione sui due obiettivi italiani?
"Questo no, perché io volevo andare avanti in Europa. Non è stato un vantaggio. Magari giocando meno hai più energie, ma se lotti su ogni fronte hai sempre la mentalità giusta per le partite".
La ThuLa sembra più efficiente che mai.
"Marcus e io ci siamo capiti piano piano. È un ragazzo solare, speciale. Io sono quello serio. Ci completiamo, anche nei caratteri".
Chi è il miglior centravanti del mondo?
"Harry Kane. Lo metto anche davanti a Haaland per come controlla la palla, per come lega e legge il gioco, per i colpi di testa. Un fenomeno".
Tra 10 o 20 anni come vorrebbe essere ricordato?
"Come una persona che ha dato sempre tutto".
E cosa farà da grande?
"Non rimarrò nel calcio, che è un ambiente che non mi piace. Non sentirete più parlare di me: sparirò".



