Trapianti: l'infusione che elimina il rigetto

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È possibile istruire in anticipo il sistema immunitario di chi sta per ricevere un trapianto, così da indurlo a riconoscere l'organo che riceverà come proprio, senza respingerlo?

La sperimentazione clinica di una terapia di preparazione immunitaria di pazienti in procinto di ricevere un trapianto di fegato da donatori viventi ha permesso a un buon numero di essi di interrompere la somministrazione di farmaci immunosoppressori dopo un anno dall'intervento. Un risultato che incoraggia a esplorare questa opzione, con un obiettivo: arrivare alla tolleranza immunologica verso gli organi trapiantati, riducendo la necessità di assumere farmaci anti-rigetto a vita.

Nello studio, pubblicato su Nature Communications, un gruppo di scienziati dell'Università di Pittsburgh ha dimostrato che un'infusione di cellule immunitarie derivate dal donatore in pazienti in procinto di sottoporsi a questa forma di trapianto di fegato ha permesso - in alcuni pazienti idonei - di raggiungere una sospensione di farmaci immunosoppressori per un periodo di tempo di una durata superiore ai tre anni.

Imparare ad accettare l'organo

Il trapianto di fegato da donatore vivente sfrutta la naturale capacità del fegato di rigenerarsi completamente, sia in un donatore che ne ceda una porzione, sia in un ricevente che la riceva: in entrambi i casi, l'organo continua a ricrescere fino a raggiungere dimensioni normali. Per evitare però che il sistema immunitario dei riceventi consideri la parte di fegato donata come estranea, dopo il trapianto i pazienti devono essere trattati con farmaci immunosoppressori, che riducono cioè l'attività del sistema immunitario. Alla lunga, però, questi medicinali possono però danneggiare i reni, provocare diabete e altri disturbi metabolici, favorire infezioni e certe forme di cancro.

Nella sperimentazione avviata nel 2017, 13 pazienti sottoposti a trapianto di fegato da donatore vivente hanno ricevuto, una settimana prima del trapianto, un'infusione di cellule dendritiche regolatorie, cellule del sistema immunitario prodotte a partire dai monociti (globuli bianchi) dei donatori. Queste cellule sono capaci di insegnare alle cellule del ricevente la tolleranza verso gli antigeni del fegato del donatore: hanno cioè istruito il corpo del donatore a riconoscere il fegato "nuovo" come sano e proprio e a non attaccarlo.

Terapia sospesa

Un anno dopo il trapianto, 8 pazienti su 13 sono risultati idonei a sospendere la terapia con immunosoppressori, e tra questi, 3 sono riusciti a fare a meno dei farmaci per oltre tre anni. Significa che, nel gruppo di pazienti idonei alla sospensione precoce di farmaci anti-rigetto, la probabilità di tollerare l'organo trapiantato senza immunosoppressione è quasi triplicata rispetto agli studi precedenti, non inclusi in sperimentazioni cliniche.

Un segnale incoraggiante, ma provvisorio

I risultati sono incoraggianti ma non definitivi. Occorrerà progettare uno studio su un numero più ampio di pazienti sottoposti a trapianto di fegato da donatore vivente, in cui metà ricevano l'infusione di cellule dendritiche regolatorie prima dell'intervento e metà seguano invece le procedure standard, per capire se questa terapia aumenti la tolleranza e di quanto. Si potrebbero poi cambiare alcune variabili, come testare un farmaco immunosoppressore diverso da quello utilizzato per vedere se favorisca l'azione delle cellule regolatorie, o ancora, fissare un'infusione anche a trapianto avvenuto, o ricavare queste cellule da donatori deceduti.

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