Un giorno superfood, quello dopo da alimento da centellinare. Dietro ai continui "dietrofront" sui cibi non ci sono errori, ma il modo in cui si evolve la ricerca sulla nutrizione.
Dai semi di chia toccasana, al cioccolato che fa venire i brufoli, a tavola si susseguono da anni entusiasmi e condanne. La lista dei cibi buoni e cattivi però cambia in continuazione e fa pure le giravolte: solo per restare all'esempio del cioccolato, oggi quello fondente con almeno il 70% di cacao è stato sdoganato come alimento con buone proprietà antiossidanti.
Capire se un cibo fa bene o fa male infatti non è semplice come potrebbe sembrare, perché la ricerca in nutrizione è fra le più complicate.
Perché gli studi sono così complessi?
I motivi sono tanti, come spiega Elena Dogliotti, biologa nutrizionista e supervisore scientifico di Fondazione Umberto Veronesi che proprio per fare chiarezza supporta molti studi mirati a comprendere in maniera approfondita gli effetti dei cibi e dei nutrienti che contengono: «L'alimentazione è variegata, isolare l'effetto di un componente è difficile. Per esempio, per valutare l'impatto di una certa dieta, o di specifici cibi consumati in modo costante, con ricerche di tipo osservazionale (che seguono negli anni i volontari, senza modificare l'alimentazione, ndr), serve avere un numero molto alto di partecipanti, così da ridurre l'effetto delle tante variabili individuali. Quando invece si fanno studi di intervento, ovvero si prova a vedere l'effetto di un singolo nutriente o alimento confrontando chi lo assume e chi no, le persone coinvolte possono essere meno ma la difficoltà è far seguire a tutti una dieta standard, che sia diversa solo per l'elemento in esame. Per valutare i risultati di uno studio sulla nutrizione, va poi considerato l'impatto della genetica, dello stile di vita, del microbiota intestinale di ciascuno, che sappiamo può cambiare in relazione alla dieta, oltre a modificare esso stesso gli effetti della dieta. Senza parlare poi degli equivoci che possono nascere traslando risultati ottenuti in popolazioni con abitudini alimentari molto diverse dalle nostre, come gli statunitensi o gli orientali».
Facciamo chiarezza
Insomma, arrivare a verdetti definitivi è complicato e per questo è bene noncredere troppo alle mode. «In certi alimentici sonosenz'altro molecole bioattive"buone", ma questo non basta araccomandare di sbilanciare la dietaverso certi cibi anziché altri», dice Dogliotti.«Pensiamo alla curcumina della curcuma: nei test di laboratorio si è dimostrataun ottimo antiossidante e antinfiammatorio.Tuttavia è poco biodisponibile:ovvero, quando consumiamola spezia poco della molecola attiva arriva davvero alle nostre cellule».
Per fare chiarezza, Fondazione Veronesi sostiene ricerche in nutrizione molto rigorose e con implicazioni concrete, con un occhio di riguardo all'alimentazione che possa essere preventiva o d'aiuto in oncologia.
Mirtilli e melanzane: i superpoteri delle antocianine
È il caso delle indagini sulle antocianine, le molecole responsabili del colore blu-viola di mirtilli, melanzane e simili: «Hanno un potere antiossidante molto elevato, ed effetti positivi sulla composizione del microbiota intestinale e sulla salute cardiovascolare», osserva Dogliotti.
«Stanno inoltre emergendo, in modelli sperimentali, dati favorevoli sull'utilizzo delle antocianine per diminuire i danni indotti da radioterapia su cellule sane: servono studi approfonditi, perché le prime prove su pazienti per trattamenti cutanei non hanno dato conferme, ma continuare gli studi sulle molecole facilmente ottenibili dai vegetali è importante per tentare di migliorare la qualità di vita delle persone che affrontano un percorso di terapia che oggi porta a effetti collaterali rilevanti».
Fotogallery 11 cibi velenosi... che mangiamo abitualmente
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