Suker: "Modric il miglior croato di sempre. L'Italia? Forse con un progetto che duri 10 anni..."

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L'ex campione ed ex presidente federale della Croazia ora è Ambassador Fifa: "Luka deve continuare a giocare col Milan. Ha avuto una carriera infinita, ha iniziato con la guerra"

Era il 4 luglio, il giorno dell’Indipendenza. La Croazia vinse 3-0 con la Germania nei quarti del Mondiale ’98 e si staccò definitivamente dalla ex Jugoslavia: il mondo capì che nel mappamondo del calcio era entrata una nuova nazione. Davor Suker segnò il terzo gol e non era una novità: aveva fatto gol anche alla Romania negli ottavi, alla Giamaica e al Giappone nel gruppo. Continuò con la Francia in semifinale e con l’Olanda nella finale per il terzo posto: sei gol in sette partite. Suker ha quasi trent’anni di più, è stato presidente federale fino al 2021 e ora gira per gli Stati Uniti da ambasciatore della Fifa. La Croazia tra poche ore si giocherà un pezzo di Mondiale contro Panama. 

Quante chance ha di tornare in semifinale, come voi nel 1998, come nel 2018 e nel 2022? 

“Dobbiamo andare passo per passo, non abbiamo il diritto di parlare di semifinali. Dalic però negli anni ha fatto cose straordinarie, questo sì”. 

Modric sarà ancora titolare, anche se nella prima con l’Inghilterra non ha giocato bene. 

“Io terrei Modric in campo sempre, in tutte le partite. Non mi è piaciuto che Dalic lo abbia sostituito dopo 57 minuti”. 

Luka, Boban, Suker. Chi è il miglior giocatore croato di sempre? 

“Modric. Ha avuto una vita calcistica infinita, cominciata con la guerra. Gli sono accadute cose brutte e questo fa la differenza, Luka sa che la vita non è solo Ferrari e pallone”. 

Che cosa è bene faccia, da agosto? 

“Per me è bene che Luka continui a giocare, al Milan sta bene e io spero che continui lì”. 

Da 9 a 9, chi le piace tra i centravanti del Mondiale? 

“Gyokeres. Poi ovviamente Harry Kane. E anche il nostro Kramaric ha qualità. Noi degli anni 90 eravamo più bravi con il pallone, ora si fanno più errori ma tutto va a velocità maggiore”. 

Perché la Croazia non produce più un grande attaccante? 

“Perché agli allenatori piacciono i numeri 10 alti e eleganti, non cercano un goleador. Ai ragazzi di 12, 13, 14 anni non si dà fiducia, invece un giocatore è come un diamante, devi lavorarlo. Questo accade anche in Italia”. 

Ecco, l’Italia. Lei ha smesso come presidente federale, noi abbiamo appena eletto il nostro. Di che cosa pensa avremmo bisogno? 

“In Italia bisogna lavorare a un progetto che duri 10 anni. Bisogna cominciare da zero e il Marocco dovrebbe essere un esempio. Guardate i loro calciatori, si vede che hanno giocato per 24 ore al giorno da ragazzi e hanno molta fame di arrivare in alto. Dove è finita la scuola italiana? Bisogna lavorare duro per cercare chi ha fame, in tutte le strade italiane”. 

I giovani croati, da Sucic a Baturina, invece hanno qualità. 

“Sucic e Baturina sono i migliori della nuova generazione. In Croazia si impara la tecnica in strada e poi alla scuola calcio, loro uniscono la qualità croata al lavoro fatto in Italia. Baturina avrà un grande futuro, sarà un capitano tra qualche anno: ha visione, qualità e fa gol, che per un centrocampista è importante”. 

Sucic e Baturina sono i migliori della nuova generazione. In Croazia si impara la tecnica in strada e poi alla scuola calcio

Parliamo del passato. Che cosa fu decisivo nel 1998? 

“L’unità. I miei compagni sapevano che io avrei segnato. Quando sali sull’autobus e lo vedi nei loro occhi, sei ispirato. Ognuno di noi sapeva che l’altro sarebbe andato a morire su un pallone per i compagni. È la storia della vita, non solo di una squadra”. 

Sente ancora qualche grande italiano del tempo? 

“Ho una foto con Baggio e Weah e sento Roberto, di tanto in tanto. So che ha sofferto molto per quel rigore con il Brasile ma sono le cose della vita, la vita non è un cammino su petali di rosa”. 

Prima di andare, ci racconta di come è stato giocare con Maradona al Siviglia? 

“Quando mi hanno detto che sarebbe venuto a Siviglia, non ci credevo. Poi ho capito in fretta, con Diego era facile, mi diceva ‘Davor, tu corri avanti, io ti metto la palla per fare gol’. Era vero. Il particolare più incredibile era l’amore della gente per lui. In aereo, se c’erano 170 persone, 169 gli chiedevano un autografo. Una volta arrivò tardi a un allenamento in cui c’erano 3-4.000 tifosi. Quando sentirono il suo Porsche, corsero tutti in strada per vederlo… e noi, rimanemmo ad allenarci da soli”.

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