La vittoria con la Corea ha dato il passaggio al turno ad eliminazione diretta per la prima volta nella storia. Tutto grazie al ct Broos e ad una squadra di piccoletti a cui in pochi credevano
Squillano le vuvuzelas e sanguinano le orecchie: sembra di sentirle ancora adesso, come sedici anni fa, anche se stavolta è cambiato il mondo. Ieri, nella notte di Johannesburg, i sudafricani sono scesi in strada in centinaia di migliaia, quando a Monterrey, Messico, l’arbitro ha fischiato la fine. Non solo la tromba infernale, ma si sono visti canti e balli improvvisati nei quartieri diventati video virali nel mondo. Tutto per festeggiare l’1-0 alla Corea del Sud e la prima storica qualificazione oltre i gironi di un Mondiale: non era mai successo, neanche quando lo avevano organizzato loro stessi, nel 2010, ed erano diventati gli unici padroni di casa a non riuscire a superare i gironi. Con il gol di Thapelo Maseko, zanzara mancina, il Paese si è tolto di dosso quella macchia, in una delle notti sportive più importanti della storia sudafricana. Da quelle parti gli Springboks sono quattro volte campioni del mondo di rugby, eppure niente è identificativo come il calcio, almeno in gran parte della società. Dal trionfo nella Coppa d'Africa 1996, due anni dopo la fine dell'apartheid, i Bafana Bafana non avevano più regalato un'emozione così. Domenica affronteranno nei sedicesimi il Canada a Los Angeles e perché non credere di poter andare ancora oltre?
i volti
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Il simbolo della rinascita è un belga in panchina, prossimo alla pensione: Hugo Broos, 74 anni, ha detto che alla fine della Coppa penserà solo a starsene tranquillo nelle Fiandre, ma i suoi ragazzi hanno spostato la data di scadenza con tanto di insperato viaggio per la California. Sorpassandola in classifica all’ultima curva, i sudafricani hanno messo nei guai una Corea del Sud spocchiosetta e hanno strappato il secondo posto del girone A dietro al Messico. Proprio dopo il debutto perso male con i padroni di casa, Broos era stato incenerito dalle critiche, poi le sue scelte offensive hanno pagato. Anche quando lascerà, l’eredità è assicurata dai tanti suoi soldati che resteranno, a partire da Williams, portiere e guida spirituale con la fascia al braccio. Senza l’ispirazione del giocatore di talento, però, niente di tutto ciò sarebbe successo: il 22enne Maseko, ora eroe nazionale, fino a pochi mesi fa sembrava perso. Ai Mamelodi Sundowns non vedeva il campo, tanto da dover cercare fortuna a Cipro. “Questa vittoria è anche per chi non credeva in noi, dicevano che avevamo soltanto il 7% di possibilità di passare il turno e invece…”, ha punzecchiato alla fine, e in quel momento a Johannesburg il 7 è diventato un hashtag di successo. A completare il quadretto, il terzino Modiba, che ha salvato sull’ex napoletano Kim, il centravantone di fatica Makgopa o il 20enne Mofokeng, il ragazzo del futuro. Tra l’altro, mancava il pensatore Mokoena, out per squalifica, ma decisivo con il rigore del pari alla Cechia. Nel complesso, è una nazionale autoctona: ben 19 giocatori su 26 giocano in patria. Per i soliti problemi alla frontiera, il Sudafrica ha dovuto ritardare di due giorni l’arrivo in Nord America, ma valeva la pena aspettare un po’ per vivere tutto questo. Così adesso, mentre sbadiglia dopo una notte insonne, il Paese è sembrato a tutti meno diviso, almeno per una volta.


