Sono i nipoti dei paisà con cognomi storpiati, ma quell'orgoglio... Ecco l'Italia del baseball che sta conquistando il mondo

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La Nazionale che sta facendo sognare nel World Baseball Classic porta con sé tante storie diverse ma simili: nonni italiani, senso di appartenenza e una fierezza d'altri tempi. E l'immancabile espresso dopo ogni fuoricampo

Mario Salvini

Giornalista

13 marzo 2026 (modifica alle 17:57) - MILANO

Per capire questa bizzarra, entusiasmante, Nazionale esplosa all’improvviso sui giornali e nei telegiornali aiuta leggere Philip Roth: “Amavo il Gioco con tutto il mio cuore, non solo per il divertimento che mi dava, ma per la dimensione mitica ed estetica che dava alla vita di un ragazzo cresciuto in America. Specie per quelli che avevano nonni in difficoltà a parlare inglese”. È una nazionale che viene da lì, da una passione entrata in famiglie italiane emigrate negli Stati Uniti, in Canada e in Venezuela nel corso delle generazioni. Nel giorno del Miracle On Ice di cui tanto si è parlato nelle scorse settimane durante il torneo di hockey all’Olimpiade di Milano Cortina, l’allenatore degli Stati Uniti, Herb Brooks, disse ai suoi ragazzi che stavano andando sul ghiaccio contro l’Unione Sovietica di non pensare a quello che avevano scritto sulle spalle, al loro nome, a se stessi. “Pensate a quello che avete scritto davanti: U-S-A”. Ecco, ieri Vinnie Pasquantino alla Gazzetta dello Sport ha detto il contrario. “Penso a quello che ho scritto sulla schiena. Ma no, non per me stesso. Per quel che ‘Pasquantino’ significa. Per la mia famiglia”. Cioè suo padre, suo nonno, il suo bisnonno venuto da Ofena, in provincia dell’Aquila.

il baseball in copertina

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È questo il punto. La maggior parte degli italiani ha scoperto all’improvviso di avere una fortissima nazionale di baseball, senza sapere da dove viene, come diavolo è stato possibile. Ignorando che dal 2006 esiste questo torneo denominato World Baseball Classic a cui possono finalmente partecipare i professionisti, i migliori al mondo. E in cui l’Italia è stata a tutte e sei le edizioni, a tutte le fasi finali, peraltro figurando bene, con vittorie pesanti. Partecipando con rose di italoamericani professionisti della MLB integrate da qualche ragazzo della nazionale azzurra vera e propria, quella che partecipa agli Europei e agli altri tornei internazionali. Negli anni abbiamo battuto due volte il Canada, un paio di volte anche il Messico, e poi l’Australia, l’Olanda, nel 2023 anche Cuba. La differenza è stata che stavolta abbiamo superato gli Stati Uniti, a casa loro, rischiando di eliminarli. All’improvviso è esploso tutto. Gli appassionati italiani si sono all’improvviso sentiti come Jim Carrey in Truman Show: tutti attorno a loro sapevano quanto è bello il baseball, quanto è epico, esaltante. L’hanno sempre saputo. Solo fin lì avevano finto, facevano finta di niente, di non saperne nulla. 

 Zach Dezenzo #4 of Team Italy scores in the eighth inning against Team Mexico during the 2026 World Baseball Classic at Daikin Park on March 11, 2026 in Houston, Texas.   Alex Slitz/Getty Images/AFP (Photo by Alex Slitz / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / Getty Images via AFP)

made in italy?

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Non c’è mai stata una copertura del genere: giornali, telegiornali, siti, account, storyteller. Una meraviglia assoluta. Non senza polemiche di chi storce il naso fatta di italiani per loro “non abbastanza italiani”. Perché in effetti no, non sono italiani in senso stretto. Men che meno lo sono in quanto al baseball che hanno imparato e sempre giocato dall’altra parte dell’Atlantico. Non rappresentano il movimento italiano. La nostra vittoria sugli Stati Uniti nel baseball e quella dei valorosi rugbisti contro l’Inghilterra hanno valenze simboliche simili, come molti hanno osservato. Ma sono sportivamente molto diverse. Dezenzo, Antonacci, Pasquantino, Caglianone, Berti e compagnia non sono baseballisticamente italiani, molti non hanno nemmeno il passaporto italiano, giacché il regolamento del WBC ha maglie abbastanza larghe. Eppure sono italiani perché hanno scelto di esserlo con entusiasmo. Ci rappresentano perché hanno deciso di farlo, e indossano la maglia azzurra con una fierezza davvero d’altri tempi. Perché d’altri tempi è l’idea di Italia che è stata a loro trasmessa dai nonni e dai bisnonni. Cristallizzata, un po’ naive, commovente. “Ogni domenica, a pranzo – ha raccontato Pasquantino - nonno Denny mi parlava dell’Italia. Adesso lo fa nelle telefonate quotidiane: vuole sapere tutto di questa nazionale, di quel che ci diciamo, delle parole italiane che ho imparato”. Più di quello che della MLB, dove Vinnie gioca prima base per i Kansas Royals, peraltro con un contrato da 11 milioni per due anni.

cognomi

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E allora sono straordinarie le storie che escono dallo spogliatoio, mescolate con i dati raccolti da Marco Landi, della Federazione italiana, e da Michele Gallerani, giornalista di Sky. Per scoprire che Oreste Giuseppe Antonacci, bisnonno del nostro interbase Sam, è arrivato a Ellis Island il 28 ottobre del 1904 da Calascio, in provincia dell’Aquila, con la nave Konigin Luise dal porto di Napoli. Che i nonni e i bisnonni di Pasquantino, Dezenzo e Canzone non si chiamavano così. Il papà di Denny Pasquantino, il nonno di Vinnie, di cognome era Pasquantonio. Gli avi del terza base degli Houston Astros Zach erano Di Zenzo, il bisnonno Pellegrino era arrivato da Serino, Avellino. Il bisnonno dell’esterno destro dei Seattle Mariners Dom si chiamava Canzona, non Canzone, ed era partito da San Polo Matese, Campobasso. Cognomi storpiati, presumibilmente dai funzionari di Ellis Island. O chissà come. Altri cognomi diresti che con l’Italia non avrebbero nulla a che vedere. Alek Jacob, lanciatore, è italiano perché il suo bisnonno Mario Pattoello, era del 1922, ed era partito da un paese che si chiamava Pasian Schiavonesco, in provincia di Udine, e oggi invece è Basiliano. Andrew Fischer è uno dei prospetti su cui puntano moltissimo i Milwaukee Brewers, bisnipote di Angelo Mazzeo nato nel 1889 a Barcellona Pozzo di Gotto. La famiglia si è stabilita in New Jersey, stato di cui Andrew è superfiero. Così come lo è delle sue origini italiane, basta vedere l’artistico tatuaggio che ha sul braccio sinistro, raffigurante i due italo-americani più celebri del Jersey: Frank Sinatra e Bruce Springsteen. Quello di Marsee, esterno dei Miami Marlins, non è un cognome italiano, no. Ma Paternoster sì, è tipicissimo trentino. E infatti il nonno di Jakob Marsee è partito da Tregiovo di Novella, in Val di Non. Da Genova, con la nave Conte Biancamano, è arrivato, bambino coi genitori e i nonni, a Ellis Island il 29 settembre 1930, per poi proseguire fino a Hurley, Wisconsin.

orgoglio e storia

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Dietro ognuno dei 27 americani dell’Italia ci sono epopee familiari di cui loro rappresentano il successo, la fortuna cercata e che è stata trovata. Da Pratola Serra, in provincia di Avellino, Dan Altavilla, lanciatore dei Seattle Mariners. Da Paese, provincia di Treviso, Jon Berti, seconda base ora in cerca di squadra. Da Favara, Agrigento, Gordon Graceffo dei St.Louis Cardinals. Da Accadia, Foggia, Ron Marinaccio dei San Diego Padres. Da Sant’Angelo dei Lombardi, Avellino, Thomas Saggese dei St.Louis Cardinals. Da Carnago, Varese, Kyle Teel catcher dei Chicago White Sox, grazie al suo nonno, Argentino Mazzucchelli. Da Buonvicino, Cosenza, Jac Caglianone giovane esterno che per molti diventerà star coi Kansas City Royals. Sono le storie di milioni di italiani che non si capisce perché non dovrebbero rappresentare l’Italia, paese di immigrati da pochi anni divenuto approdo di migranti. General manager di questa meravigliosa Italia è Ned Coletti che ha già ricoperto lo stesso ruolo ai San Jose Sharks della NHL, ai Los Angels Dodgers e ai San Francisco Giants. Dopo la vittoria sugli Stati Uniti ha detto a Usa Today: “Non mi vergogno di dire che ho pianto. Abbiamo giocato contro una delle squadre più forti di sempre e abbiamo vinto. Ce l'abbiamo fatta”. Ma soprattutto. “Ho ricordato a questi ragazzi che i loro bisnonni, i loro nonni, i loro genitori, sono venuti in America in cerca di una vita migliore. Gli italiani, per gran parte della loro esistenza in quel periodo, sono stati considerati un gruppo a parte. Ma guardate chi ha contribuito alla costruzione della metropolitana di New York. Sono stati italiani a contribuire alla costruzione dell'Empire State Building. Sono stati italiani a tagliare i capelli, a fabbricare le scarpe. Gli italiani si sarebbero assunti qualsiasi responsabilità pur di integrarsi e avere la possibilità di vivere in questo Paese. Voi siete i figli di quelle persone. Fatelo con orgoglio. Se vinciamo abbastanza partite, non saremo mai più considerati un gruppo a parte".

fuoricampo e caffè

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La storia del caffè, per esempio, è bizzarra. Al WBC del 2023 fu Michele Gerali, ex lanciatore del nostro campionato, allora coach, a portare la macchinetta in panchina. Lo stesso Gerali fu fotografato col bicchierino in mano, a partita in corso, a Taiwan. Per gli americani era l’Italia fatta immagine. E via. Una nuova macchinetta è arrivata a Houston, e Vinnie Pasquantino ha ideato la cerimonia del caffè-premio per ogni fuoricampista. Col particolare, non proprio irrilevante, che ne abbiamo versati e bevuti 11 in 4 partite. Un’enormità che infatti ci ha lanciati fino ai quarti di finale. Solo la Repubblica Dominicana ne ha battuti più di noi. E con anche qualche disguido, tipo Sam Antonacci che il caffè lo ha sputato. Ma c’è una ragione. È che l’espresso, come detto, lo consegna all’autore del fuoricampo il capitano, Vinnie Pasquantino. Che, forse non ve ne sarete resi conto, ma evidentemente ha l’accortezza di prepararlo con il dovuto anticipo, ovvero mentre il fuoricampista sta effettuando il giro delle basi per arrivare a casa, tranquillo, a segnare. Il suo homer Antonacci lo ha battuto contro gli Stati Uniti, quando Pasquantino era in prima base e quindi ha trotterellato verso il punto davanti a lui. Significa che il caffè lo ha preparato qualcun altro, all’ultimo minuto. Sam è arrivato nel dugout, come da tradizione lo ha trangugiato alla goccia. E lo ha immediatamente sputato. Era rovente.

buongiorno from houston

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E poi ci sono i baci, stampati ai fuoricampisti dallo stesso Capitan Italia Pasquantino. E “Time to Say Goodbay”, versione inglese di “Con te Partirò”, sempre cantata da Andrea Bocelli, sparata in qualsiasi momento, cantata da tutta la squadra nel volo da Phoenix, dove sono state giocate le amichevoli di preparazione, a Houston. Perfetta per accompagnare le palle spedite da Pasquantino, Antonacci e Caglianone verso le tribune dei Daikin Park di Houston. Prima dell’inizio della partita col Messico, il commentatore della tv della MLB e di Fox, Jon Morosi, ha iniziato il collegamento esclamando “Miracolo Sportivo”, in italiano, per ricordare la vittoria sugli Usa. Ieri al The Pat McAfee Show, il programma dell’ex giocatore di football su ESPN, ospite è andato sempre lui, Vinnie Pasquatino. “Representing The Great Country of Italy”, come ha detto McAfee medesimo. E Vinnie s’è presentato così, in italiano: “BUONGIORNO FROM HOUSTON…” Questi strani, memorabili, giorni stanno avendo un effetto così. Stanno facendo parlare di baseball l’Italia e stanno facendo parlare l’America dell’Italia. Non sembra neanche vero.

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