L’azzurro, dopo aver chiuso in 15’ la pratica Medvedev, oggi gioca per il torneo. L'avversario norvegese: "Per affrontarlo devi alzare di tre-quattro volte il livello"
Roma ha l’eleganza della storia e il fascino del mito. Da cinquant’anni, tra le statue del Foro Italico che ne rammentano l’eternità, passeggia l’ombra immortale di Adriano Panatta, l’ultimo italiano che si fece imperatore sotto il cielo degli Internazionali. Oggi pomeriggio alle cinque, desideri inseguiti, sogni perduti e speranze accarezzate da mezzo secolo accompagneranno in campo Sinner, l’uomo del destino, il ragazzino sceso dalle montagne con una racchetta da tennis in mano per aggiungere pagine dorate al grande romanzo dello sport azzurro.
solo con gli dei
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È finale, come un anno fa. E se allora Jannik rientrava dalla sospensione per il caso Clostebol con le scorie e i dubbi della lontananza forzata, inchinandosi con coraggio solo all’altro titano Alcaraz, stavolta all’appuntamento con il redivivo Ruud arriva sull’onda di uno dei più straordinari momenti della carriera, se non il più esaltante. Dopo i brividi del venerdì, con il più forte giocatore del mondo piegato sulle gambe e ansimante a ogni cambio campo nel secondo set (perso) della semifinale contro Medvedev, poi sospesa per la pioggia quando però la Volpe Rossa aveva ritrovato gli equilibri tattici e fisici di una sfida comunque complicatissima, ieri sono bastati 15 minuti esatti per respingere l’Orso russo nel prolungamento e aggiornare così i numeri di un dominio che appartiene soltanto a una divinità dell’Olimpo. Jannik giocherà la sesta finale consecutiva in un Masters 1000 (il record è di Djokovic con 7 tra Roma 2015 e Miami 2016), la quinta dell’anno (come Nadal nel 2011), dopo essere diventato il solo a vincerne cinque di fila (da Parigi Nanterre a novembre), e può eguagliare un altro primato di Rafa, che nel 2010 fu l’unico a trionfare in tutti i 1000 stagionali sulla terra.
obiettivo parigi
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Non male, per chi veniva ritenuto un passo indietro sulla polvere di mattone e invece si ritrova con l’opportunità, al Foro, di completare la serie di tutti i 9 Masters 1000, come riuscito soltanto a Novak: ma lui sarebbe il più giovane a completare l’impresa, a 24 anni e 8 mesi. E allora la mente non può che tornare a quel pomeriggio di sette anni fa, quando Sinner debuttò nel torneo non ancora diciottenne dopo aver ottenuto una wild card per le qualificazioni (dove sconfisse Musetti...), battendo al primo turno l’allora 59 del mondo Steve Johnson (lui era 253), che a un certo punto pensò addirittura di lasciare il campo prima del tempo perché non tollerava di perdere da un adolescente con le lentiggini e i riccioli rossi.
Non poteva sapere, il californiano, di aver invece assistito ai primi vagiti di un fenomeno, degno erede dei Big Three, alla nascita di un astro dalla luce sovrannaturale che oggi può diventare il sesto italiano a cingere la corona del torneo di casa dopo Sertorio, Giovannino Palmieri, Gardini, Pietrangeli e Panatta. E come non ricordare la sconfitta di febbraio a Doha contro Mensik, che seguiva la caduta australiana con Djokovic: in quei giorni sicuramente difficili, Jannik e il suo team trasformarono le incertezze in nuova consapevolezza, i tarli della mente in carburante per risalire al cielo, scegliendo di trasferirsi subito ad Indian Wells per rispondere alla crisetta con il metodo più fruttuoso, il lavoro in allenamento. Dal 7 marzo, primo match del Masters 1000 nel deserto americano, Sinner ha inanellato 28 successi di fila (il suo miglior filotto di sempre) e a Montecarlo, il 13 aprile, nel confronto diretto con il gigantesco rivale Alcaraz, si è ripreso d’imperio anche il numero uno del mondo. Più forte della stanchezza e delle pressioni, semmai implacabile nella gestione delle energie e delle normali tensioni che si riverberano sui campioni imbattibili. Con Ruud, a Roma, dodici mesi fa, Jannik sostanzialmente disputò un allenamento agonistico: erano i quarti di finale e concesse appena un game al norvegese. Un uragano non fa certo primavera, il buon Casper adesso è sicuramente più vicino al rendimento di quando stava stabilmente in top ten rispetto a quel pomeriggio, e in fondo al cuore coltiva una piccola speranza: "Dovrò approcciare il match come fosse una partita qualsiasi. Alla fine, però, è umano, dovrò pensare a questa cosa più che posso. L’anno scorso lui mi ha spazzato via. Spero non succeda di nuovo. Rimarrò concentrato sulle cose che sto facendo bene, perché so che per fare partita contro di lui bisogna alzare di tre, quattro volte il livello. Lui e Alcaraz sono leggende, a volte mi piacerebbe essere come loro". Cronache marziane.



