(di Patrizia Vacalebri)
"La natura è la più grande stilista"
è il pensiero filosofico non nuovissimo a dire il vero, che ha
ispirato la collezione Louis Vuitton Autunno/Inverno 2026, a
Nicolas Ghesquière, il suo direttore creativo. Montagne,
foreste, pianure. Abiti che si sono evoluti grazie a reazioni
istintive e interazioni con il nostro clima e con l'ambiente
circostante, per resistenza, protezione, libertà. E che
diventano moda. Una visione amplificata di ciò che ci circonda,
una super natura. Così anche l'idea del viaggio, che ha
decretato dall'inizio il successo del marchio Vuitton, viene
stavolta superata dallo stilista, che ritorna a un tempo in cui
per viaggiare bisognava proteggere il corpo.
Nel Cour carrée del Musée du Louvre, s' immagina un
neo-paesaggio. Ideato dallo scenografo Jeremy Hindle, è
un'astrazione del naturale, la sua rappresentazione attraverso
un prisma di futuro. Fondendo esterno e interno, la scenografia
trasforma i viaggi dei modelli in un dipinto pastorale,
un'allegoria moderna, una favola fantascientifica, che mostra
donne primordiali tra le verdi colline del Giura. Le forme
estreme e i dettagli degli abiti sono plasmati dagli elementi
elementari: vento, pioggia, sole. Le silhouette sono definite
dalla vita nella natura. Come i costumi tradizionali, questi
abiti sono plasmati dal modo in cui le persone hanno vissuto,
dal nostro senso di appartenenza e da verità passate e presenti.
Flora e fauna lasciano impronte sui capi, ispirando creazioni
che possono vivere all'interno di un paesaggio. Motivi animalier
rivisitati s'intrecciano su tela e denim, fiori inventati
modellati nella pelle come decorazione, a volte come protezione.
L'idea del collage come viaggio nel tessuto unisce elementi
divergenti, mappando una topografia del corpo. Un ricordo delle
nostre storie, degli atteggiamenti e delle realtà che ci hanno
reso persone, plasma abiti con una globalità intrinseca. E' il
trionfo dell'artigianato. I volumi si espandono fino ad
avvolgere i corpi. Sfilano velli di montone e pellicce vegane
dall'aspetto selvaggio. Le lavorazioni appaiono grezze, perché
l'intuizione alla base della collezione riconosce un ruolo
dirompente alla natura. Sono stati gli agenti atmosferici,
vento, pioggia e sole a scolpire le forme. Così cappe rigide a
forma di ali e capispalla con gli aculei infondono un'energia
arcaica.
La collezione nasce non per imitazione, ma per sublimazione
della natura, fondendo le tecnologie con l'ingegno senza tempo
dell'artigianato umano. Stampe tridimensionali e resine possono
avvicinarsi a materiali naturalistici - bottoni che sembrano
minerali, tacchi che ricordano corna di cervo - mentre pellicce
vegetali inventano nuove texture. La pelle è granulata,
scanalata e conciata per rispecchiare il legno con una mano
morbida, un'impossibilità surreale e sovrannaturale.
La competenza nella lavorazione a maglie e nella pelle crea
nuovi mezzi per trasportare le vite, per muoversi liberamente
nel mondo come popoli nomadi. La borsa Noé torna alle
proporzioni e al colore originali del 1932, cambiando nel tempo.
Le borse per l'esplorazione e la voglia di viaggiare
sottolineano la curiosità umana, la interazione con la terra.
Una reinterpretazione di Man Ray su una parure modernista è
incorniciata attraverso il linguaggio distintivo di Louis
Vuitton: orecchini, un anello, un collier tempestato di borchie
di un baule Louis Vuitton. Viaggiano dal passato al presente.
Tra gli ospiti della prima fila: Jennifer Connelly, Felix degli
Stray Kids, Zendaya e Lisa.
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