"Perché, Signore? Eppure gioco bene": dialogo tra Fabregas e il dio del calcio

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Alla Panchina d'oro è arrivato terzo dietro Conte e Gasp, ha preso a pallate l'Atalanta senza batterla, ha visto la sua stella sbagliare un rigore. Ma da lassù qualcuno osserva...

Luigi Garlando

Giornalista

3 febbraio - 07:26 - MILANO

Il Settore Tecnico della Federcalcio ha assegnato ieri a Cesc Fabregas, allenatore del Como dei miracoli, il terzo gradino del podio della Panchina d’oro, dietro ad Antonio Conte, che ha vinto lo scudetto con il Napoli, e a Gian Piero Gasperini che ha riportato l’Atalanta in Champions League. Una bella soddisfazione, per un tecnico ancora all’alba della carriera, ma arrivata forse al momento sbagliato, nel giorno in cui gli veniva più istintivo maledire il suo mestiere. Poche ore prima aveva preso a pallate l’Atalanta, l’aveva infilzata come San Sebastiano con una ventina di tiri, aveva visto il suo uomo migliore (Nico Paz) fallire un rigore allo scadere e invece dei 5 gol abbondanti previsti dalle statistiche, non ne aveva fatto uno. E contro il Milan gli era andata ancora peggio. 

Se...

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Se alto, sopra Coverciano, avesse intuito il dio del calcio, Cesc probabilmente gli avrebbe chiesto: "Perché, Signore? Eppure, io gioco bene, come piace a te. Non mi chiudo, non riparto". E il dio del pallone, squarciando le nuvole fiorentine, probabilmente gli avrebbe risposto: "Pensa che noia sarebbe il calcio, se vincesse sempre e solo chi merita... Io ho regalato al gioco ciò che c’è di più prezioso: la libertà. La libertà di un episodio, di un cattivo rimbalzo, di un rigore sbagliato, la libertà di vincere giocando male. Ma tu sei sulla strada buona, Cesc, la migliore, quella che porta lontano, alla luce, persevera senza dubbi e consola quel ragazzo che gioca come un angelo. Un rigore fallito pesa meno di una piuma. In verità ti dico: tra un anno sarai ancora qui, con una Panchina d’oro in braccio".

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