Max nel derby ha lasciato il campo in anticipo, come all'andata e in tante altre partite. Contro la Juve era furioso. La spiegazione? L'ha data lui una volta, negli anni di Torino
Francesco Albanesi
10 marzo - 14:59 - MILANO
Minuto 47 del derby, mancano sgoccioli all’intervallo. Un’indecisione tra Estupinan e Maignan provoca un angolo per l’Inter. Max Allegri è ben fuori dalla sua area tecnica: sente il peso di quell’ultima palla da difendere prima di rientrare negli spogliatoi. Pietrificato nella postura, lancia un’occhiataccia alla sua area per controllare se la difesa (a zona sui corner) è impostata bene. Poi si gira verso la sua panchina e si avvia verso gli spogliatoi. Quell’angolo non lo vuole vedere. Il tutto si concluderà con un destro a lato di Barella. Max è già nella pancia di San Siro. E no, non è la prima volta.
FUGHE UNICHE
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Allegri, in senso buono, è un vulcanico. Vive le partite con il massimo della tensione, che sia un derby o un sabato pomeriggio contro l’ultima in classifica. La sua testa è un frullatore di numeri da conquistare e di momenti della partita in cui pretende una certa gestione delle sue squadre. In caso contrario, la reazione è nota: calci al pallone, giacche strappate e buttate a terra. Dietro al suo personaggio, però, si nasconde anche un’abitudine particolare: le fughe anticipate in spogliatoio. Quest’anno è già successo più di una volta. Nel derby ha addirittura fatto doppietta, andando via anche prima che Maignan rinviasse l’ultimo pallone al 95’, con tutta la sua panchina in piedi, pronta a festeggiare. A Firenze aveva perso la brocca dopo la traversa finale di Brescianini, andandosene prima di un calcio d’angolo in favore della Fiorentina al 97’. A Torino, contro la Juve, negli istanti finali si è accovacciato, ha chiesto quanto mancasse e ha deciso di ritirarsi prima del triplice fischio, infuriato: “Ora nello spogliatoio, non fiata nessuno”.
SCARAMANTICO
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Sui motivi di queste fughe anticipate non c’è una risposta univoca. Sicuramente la gestione emotiva è un fattore. In un Inter-Juve di tre anni fa, Allegri scappò via prima della fine, giustificando così: “Mi stavo innervosendo. Sono diffidato e non volevo farmi ammonire o espellere. Inoltre, in quel momento non c’era più bisogno di me: la squadra si stava difendendo bene”. Scaramanzia, verrebbe anche da dire. E se la sua assenza nei momenti salienti delle partite portasse, quasi inconsciamente, bene alle sue squadre? Max da sempre ha le sue credenze, come il file Excel che ha in testa sui punti necessari ogni anno per vincere campionati o entrare in Champions. Quasi mai – che vinca o perda - stringe la mano all’allenatore avversario a fine partita, rituale che accomuna tutti gli altri suoi colleghi. Tre anni fa, quando perse con la Juve 5-1 in casa del Napoli, Spalletti fu costretto a inseguirlo con il braccio già disteso per ricevere la stretta di mano, mentre Max camminava a passo svelto nel tunnel del Maradona. Frame che diventò poi un meme sul web.
METAMORFOSI MAX
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Allegri sicuramente non è l’unico nel mondo a tirare dritto negli spogliatoi a fine partita. Ha sempre mostrato grande rispetto per i colleghi anche senza il saluto sul campo. Di certo, però, queste sue fughe anticipate lo rendono quasi un caso a parte. Negli anni è cambiato tanto. L’Allegri di Cagliari era alle prime armi: più spensierato, meno sotto pressione, sempre ironico ma tranquillo. Dal primo ciclo al Milan si è preso l’etichetta del vincente, quella che poi lo ha accompagnato soprattutto negli anni alla Juve, portandosi dietro un carattere forte, impulsivo e molto riconoscibile. Non crederà troppo alla fortuna – “Una mancanza di rispetto ridurre i risultati del Milan alla sorte” – ma a fare gli scalini degli spogliatoi prima degli altri ci crede eccome. Scaramanzia o istinto, poco cambia.



