Con l'Italia qualificata ai quarti di finale del World Classic, sempre più tifosi iniziano a incuriosirsi: ecco una guida ai termini principali per orientarsi durante le partite
Vi diranno che è lento e noioso, ma non fidatevi: basta solo conoscerlo, impararne la grammatica, afferrarne anche i silenzi. Mai come adesso, di fronte alle imprese della nazionale al World Classic, sempre più gente inizia a incuriosirsi al gioco del baseball. È lo sport preferito da romanzieri e registi perché vive nello spazio e nella memoria, si nutre di attese che servono a preparare esplosioni improvvise. Per tifare gli azzurri prima dei quarti di finale di sabato contro Portorico, meglio conoscere queste parole-chiave.
Il terreno di gioco si chiama così, e già questo basterebbe: non si entra in un campo, ma in una preziosa gioielleria sentimentale. In realtà, è un quadrato ruotato, con quattro basi ai vertici, uno spazio perfettamente geometrico dove ogni giocatore ha il suo posto. Chi attacca ha la mazza per battere, mentre i nove difensori che lo circondano portano il guantone. Al centro della scena, il lanciatore che sfida il battitore avversario, mentre dietro casa base si accovaccia il ricevitore. Intorno alle basi, ci sono i tre guardiani del campo interno: prima base, seconda base e terza base, mentre tra seconda e terza si muove lo shortstop, l'interbase, di solito il difensore più agile. Lontano, si allineano, invece, i tre esterni: esterno sinistro, destro e centro, pronti a inseguire le battute lunghe. Così il diamante è riempito: nove giocatori, nove personaggi che abitano tutte le stanze di casa, mentre gli avversari con la mazza, uno dopo l'altro, provano a guadagnare posizioni.
In un gioco (quasi) senza tempo, questa è l'unità di misura della partita: un match è diviso in nove inning, e ognuno ha due metà. Prima attacca una squadra, poi l'altra: si cambia quando la difesa ottiene tre eliminazioni degli avversari. Ma che cosa succede se, dopo nove inning, il punteggio è ancora in parità? Si va avanti a oltranza, un extra-inning dopo l'altro, perché nel baseball non si pareggia mai. Si continua finché qualcuno non scrive un finale a questo romanzo.
Le basi che compongono il campo sono come un affitto a brevissimo termine per gli attaccanti: ne occupano una, ma già pensano a come spostarsi nella successiva. Anche se non sembra, infatti, nel baseball la tranquillità dura poco: fugge veloce come una pallina sparata da un braccio possente. Bisogna toccare tutte e quattro le basi - prima, seconda, terza e casa base - per fare un punto: è così che si segna. Questo gioco, poi, ha un'etica propria e rubare (una base) non è reato, anzi un supremo atto di coraggio: consiste nell'avanzare mentre l'avversario sta per lanciare, senza che la palla sia stata ancora battuta. Rischioso, ma legale: per riuscirci, bisogna essere più lesti della media.
Nome domestico, ingannevole: sembra un oggetto da divano, invece, è il quadrato bianco su cui si decide il destino di una partita. Le basi sono materialmente dei sacchi fissati al terreno, morbidi all'apparenza, ma giudici severi del baseball: arrivarci un attimo prima della palla significa essere "salvi", arrivare un attimo dopo essere eliminati.
È il tipo accovacciato con la maschera e le protezioni dietro a casa base, il giocatore che ha scelto volontariamente il mestiere meno comodo per le ginocchia e le articolazioni. Riceve tutti i lanci, guida la difesa e parla in codice con il lanciatore: in pratica, fa insieme il portiere e il regista della squadra. È l'unico che guarda il campo frontalmente, come uno spettatore privilegiato dello spettacolo: in cambio, non riceve popcorn, ma palline a novanta miglia orarie.
È l'uomo che dà inizio allo show, quello che ingaggia il duello con il battitore di turno. Tra loro, si gioca una continua partita a scacchi, con sguardi affilati da film di Sergio Leone: è western, non solo sport. Lancia da una collinetta chiamata "monte di lancio" verso casa base, a 60 piedi e 6 pollici di distanza, ma il suo lavoro non consiste solo nel "tirare forte", ma nel cambiare spesso la traiettoria della pallina. Può lanciare dritto per dritto o con effetti, ma ogni volta è una trappola, un piccolo inganno: il pitcher è un prestigiatore, oltre che il primo difensore della squadra.
Esiste un rettangolo magico nella zona tra le ginocchia e le spalle del ricevitore: lo si vede in tv con una grafica ad hoc, mentre nella realtà è l'arbitro da dietro che lo stabilisce insindacabilmente. Lo strike arriva quando il lancio passa nel rettangolino e non viene colpito dalla mazza, oppure quando il battitore prova a colpire e manca la pallina. Con tre strike, tanti saluti: il turno di battuta finisce con un'eliminazione e l'avversario può lasciare il palcoscenico, in attesa di riprovarci.
È il contrario dello strike: un lancio fuori dalla zona valida che il battitore decide saggiamente di non colpire. Con una quaterna di ball, il battitore guadagna la prima base in automatico: si chiama "base su ball" ed è il premio per chi sa aspettare. Non sarà spettacolare, ma aiuta a vincere le partite: nel baseball anche la pazienza può segnare punti.
È la battuta che finisce nel posto sbagliato, quando la palla viene effettivamente colpita, ma esce dal campo valido, oltre le linee laterali o dietro casa base. Conta come strike, ma non elimina quando il giocatore ha già due strike sul groppone. Insomma, un modo elegante per dire al battitore: "Riprovaci...".
L'out è la maniera con cui la difesa caccia dal campo gli attaccanti che provano a fare il giro delle basi. Ogni squadra che difende deve ottenere tre eliminazioni per chiudere la metà dell'inning e l'out può arrivare in modi svariati: con una presa al volo, con una palla tirata prima che il corridore arrivi alla base o con uno strikeout, ovvero una eliminazione al piatto da parte del lanciatore dopo il terzo strike. Nel baseball il tempo non si misura con i minuti, ma con le eliminazioni: ne servono 27, tre per i nove inning, per chiudere i giochi.
Il momento di massima teatralità, il culmine dello show, l'attimo in cui un giocatore fornisce la più alta dimostrazione di potenza con la mazza e guadagna (almeno) un punto. Si realizza quando colpisce la pallina così bene da farle superare la recinzione del campo valido e a quel punto, indisturbato, il battitore può fare il giro completo delle basi. Se ci sono dei compagni che, al momento della battuta, occupano già qualche base, possono segnare pure loro e far crescere il pallottoliere. Così, nel caso in cui le basi siano tutte già occupate, un fuoricampo può portare ben quattro punti: è il Grande Slam, il massimo della festa.
Vietato chiamarla semplicemente panchina: è la tana della squadra, il rifugio e anche il backstage. Scavato lungo il campo, può essere considerato quasi la sala di attesa in cui si aspetta il proprio turno di attacco o di difesa. Dal dugout partono consigli, segnali, battute e incitamenti, mentre i giocatori osservano la partita a pochi metri dall'azione. Un tempo lì si masticava tabacco; oggi, come insegnano gli azzurri, si prepara caffè.
È la zona del campo dove i pitcher aspettano religiosamente il loro turno e scaldano il braccio, mentre la partita scorre di fianco. Quando qualcuno viene chiamato dal bullpen significa che c'è un cambiamento strategico sul monte: un lanciatore di "rilievo" - la riserva si chiama così, con un nome più nobile - prende il posto di chi è già in campo. E il bello è che può succedere più e più volte durante una partita: tanto lunga è la batteria dei lanciatori, più l'allenatore può alternare i rilievi in base al bisogno.

