Panatta a 50 anni dal trionfo a Roma: "Vincere qui ti dà un posto nella storia. Jannik, ora tocca a te"

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Dal 1976 è l’ultimo re italiano al Foro, adesso Sinner può seguirne le orme: "Domina con la continuità: ora tocca a lui vincere al Foro"

Riccardo Crivelli

Giornalista

16 maggio - 07:32 - ROMA

Formidabile quell’anno. Inciso nel mito, scolpito nei cuori. Anche adesso che il tennis italiano si è preso il mondo e può godersi Jannik Sinner, il più forte giocatore del pianeta, il 1976 rimarrà scritto a caratteri d’oro nella storia infinita del nostro sport come il nome del più straordinario protagonista di quei 12 mesi: Adriano Panatta. Roma, Parigi e poi la Davis: che trionfi. Cinquant’anni fa, ma è ancora come fosse ieri. Una magia lunga mezzo secolo che sul Centrale del Foro e poi al Roland Garros rivivrà attraverso la premiazione dei vincitori proprio dalle mani del campione immortale che rese memorabili quei giorni. 

Adriano, ha sempre detto che spera di celebrare finalmente una vittoria italiana a Roma e a Parigi, così non la disturberanno più al telefono... Non c’è dubbio però che qualunque cosa dovesse accadere da qui all’eternità, le imprese di quel 1976 sono entrate nella memoria condivisa del Paese e non ne usciranno più. 

"Mah, forse perché quando le cose belle invecchiano, acquisiscono ancora più fascino. Io credo sia stata la concatenazione degli eventi e il modo in cui sono maturati a sedimentare un ricordo comune che non svanirà mai: la vittoria a Roma, due settimane dopo quella a Parigi e sempre annullando match point nella prima partita, poi a fine anno la prima Coppa Davis della nostra storia in quel contesto che conosciamo tutti. Avevamo portato il tennis fuori dai circoli e lo avevamo trasformato in un fenomeno di massa: e questo resta a prescindere". 

Con le vittorie del 1976, infatti, tutto d’un tratto arrivò anche la popolarità. 

"È vero, d’improvviso diventammo popolari, ma era qualcosa che io e gli altri compagni non avevamo cercato. Piuttosto, lo ripeto, abbiamo portato il tennis fuori dal circolo ristretto dei club, lo abbiamo reso uno sport per tutti, siamo stati un traino. È l’aspetto che mi rende più orgoglioso di quelle vittorie". 

Allora, il nostro tennis non seppe cavalcare quella prima esplosione di interesse, adesso siamo il punto di riferimento mondiale e la cosa straordinaria è che si finisce per considerare normale che due giocatori italiani vadano in semifinale agli Internazionali. 

"Abbiamo i giocatori, facciamo grandi risultati, intorno al nostro tennis è maturato un interesse mediatico e definirei anche culturale che ha finito per coinvolgere anche chi si era disamorato oppure non conosceva il nostro sport. Se devo individuare un punto di svolta, dico la finale di Berrettini a Wimbledon nel 2021: per più di un secolo avevamo creduto che non fosse cosa per noi. Ma anche rivedere un italiano vincere a Roma avrebbe un significato enorme". 

E adesso abbiamo il numero uno del mondo. Sinner è davvero imbattibile? 

"Diciamo che molto difficilmente perde. La sua forza non è solo tecnica: rispetto a tutti gli altri, riesce a mantenere una continuità di rendimento elevatissima molto più a lungo. Certo, anche lui a volte gioca al 60-70%, ma quanto gli dura? Qualche game, magari un set, ma alla fine torna a martellare e vince, anche quando è stanco". 

Però lei ha detto che Alcaraz al 100% è più forte di Sinner. 

"No, sono stato male interpretato: ho detto che Alcaraz al cento per cento è l’unico che può battere Sinner al cento per cento. E comunque loro appartengono a una categoria a parte, la differenza con tutti gli altri è enorme". 

A ogni modo si aspettava che Jannik potesse essere così forte anche sulla terra? 

"A parte che tutte le superfici ormai si sono uniformate, i fenomeni giocano bene ovunque. Magari hanno delle preferenze, ma si adattano in fretta". 

Intanto l’Italia ha scoperto un altro potenziale campione, Darderi. 

"Ma Luciano sulla terra da un paio d’anni ha dimostrato di poter stare al livello dei più forti. Tra l’altro piace ai tifosi perché è un guerriero, lotta su ogni punto. E nelle vittorie con Zverev e Jodar si è calato perfettamente nello spirito di Roma, coinvolgendo il pubblico. La passione del Foro ti dà un’adrenalina che non trovi su nessun altro campo". Tornando al suo trionfo di cinquant’anni fa, ha un ricordo particolare di quel giorno? 

"La verità? Nessuno, non ricordo nulla. Deve essere la vecchiaia... Però sicuramente avevo giocato bene in tutto il torneo e fisicamente ero probabilmente nella miglior forma della mia vita". 

Di quell’anno indimenticabile qual è il trionfo che serba con più nostalgia? 

"Sono tutti belli e indimenticabili allo stesso modo. Roma era il torneo di casa, su quei campi ero cresciuto, mi allenavo quando non ero in giro per il mondo, sentivo l’amore della gente. Parigi è uno Slam, e vincere uno Slam cambia la visuale con la quale ti guardano i tuoi avversari. La Davis è un successo che ti dà l’orgoglio di appartenere al tuo paese. Non si può scegliere, ma solo godere per esserci riuscito". 

Più volte ha ricordato che con Solomon, l’avversario della finale del Roland Garros, lei ci metteva un po’ di pepe in più perché non sopportava i giocatori che non si muovevano dalla riga di fondo. Oggi dovrebbe prendersela con il 99% dei tennisti... 

"È vero, il gioco a rete ormai sta scomparendo. D’altronde Sinner domina tirando fortissimo da fondo campo, quindi ha ragione lui". 

Lei rischiò di non giocare quella finale di Parigi perché Bertolucci si portò via le sue scarpe per sbaglio. Così ne fece arrivare un altro paio dall’Italia mezz’ora prima della partita e potè entrare nella storia. L’ha mai perdonato per quella sbadataggine? 

"Paolo è sempre stato una testa di cavolo, come faccio a non volergli bene? Gli ho sempre perdonato tutto". 

Oggi che possiede la saggezza dell’esperienza, ha mai pensato a cosa sarebbe successo se non avesse annullato quei match point a Roma e a Parigi? 

"Che lei non mi avrebbe chiamato per questa intervista".

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