Il vincitore dello scorso Sanremo racconta il suo amore per la palla ovale: “Bello incontrare gli Azzurri. In mezzo a loro mi sentivo davvero piccolo”
La musica e il rugby rappresentano le due anime di Olly, 24 anni, fino ai 16 terza linea (e capitano) del Cus Genova e oggi artista con un Sanremo in bacheca e tutti sold out per i suoi concerti nei palazzetti e nelle arene all’aperto. E allora diventa naturale chiedergli se in lui questi due mondi riescano, a incontrarsi, sommarsi, amalgamarsi. “Basta vedere il mio modo di fare concerti”, racconta il genovese Federico Olly Olivieri. Poi entra nel dettaglio: “In quel momento, quando cioè sono sul palco, esce tantissimo la mia grinta, a volte anche la poca eleganza. Che ha però un fine nobile, cioè arrivare alla fine del concerto dopo aver dato tutto, come facevo in partita”.
Finché hai giocato a rugby, sei sempre stato il capitano della squadra. Adesso, pur in un ambiente diverso, sai o vuoi esserlo ancora?
“Penso di sì, per esempio quando voglio regalare più momenti importanti possibile a ogni strumentista della mia band, così che abbia il suo spazio da protagonista. Puoi paragonarlo all’assist al compagno vicino all’area di meta”.
Al Cus tutti ripetono che eri un capitano nato, in effetti.
“Mi viene naturale fidarmi molto delle persone con cui sto affrontando questa sfida, che ora è musicale. E poi c’è il rispetto, anche se in passato ci sono state un po’ di uscite della mia vita privata che hanno fatto sembrare questo valore a me lontano. Chi mi conosce bene, invece, ha ben chiaro che l’educazione, il rispetto verso il prossimo, sono sempre stati dei valori alla base della mia persona”.
Il tuo primo ricordo rugbistico?
“Andai a vedere un allenamento di mio fratello, che già giocava. A bordo campo un allenatore – Tommaso Ferro, che saluto – mi fa: non vuoi provare anche tu? Avevo 6 anni. All’epoca il campo del Carlini-Bollesan era quasi solo sabbia e pietre. In più era pure un giorno di pioggia, c’era un sacco di fango”.
E invece?
“E invece mi sono divertito come un pazzo e da allora non ho più smesso. Avrò ereditato la passione da mio nonno che faceva l’accompagnatore del Cus Genova ed era amico di Marco Bollesan”.
Cioè uno dei più grandi capitani della Nazionale.
“Quando il nonno mi portava a cena e c’era Bollesan, io lo ascoltavo affascinato, anche se ero piccolo e non capivo tutto quello che diceva. Di certo quando in campo c’era lui, da giocatore o da dirigente, lo sentivano tutti, aveva un’aura di leggenda di questo sport che tutti gli riconoscevano”.
Che cosa ti colpì del rugby, da quel primo allenamento fangoso?
“Mi sono innamorato proprio dei valori di questo sport, gli stessi che ho riscoperto prepotentemente due weekend fa nel gruppo della Nazionale, quando sono andato a Dublino per la partita del Sei Nazioni e poi ho incontrato gli Azzurri. Parlo di valori come impegno, dedizione, rispetto. Situazioni che poi ho cercato di portare nella mia vita dopo il rugby giocato”.
C’è stato un capitano che ti ha ispirato?
“Sergio Parisse ha segnato la mia generazione, ma io ero anche molto affezionato all’idea che in azzurro ci fossero due fratelli, Mauro e Mirco Bergamasco. Col mio, di fratello, sognavamo di poter diventare come loro. Prima di una partita, a casa, ci alzavamo in piedi (se no la mamma ci avrebbe sgridato!) per cantare l’Inno, abbracciati. Proprio come i Bergamasco. Poi io e lui abbiamo preso strade diverse, ma oggi abbiamo due coppie di fratelli in Nazionale, i Garbisi e i Cannone, quindi siamo a posto”.
Per il rugby hai più pianto di gioia o di rabbia?
“Direi di rabbia perché da piccolo non ero capacissimo a gestire il momento del pianto, quindi nel rugby mi capitava che di fronte a una sconfitta io rimanessi deluso fino ad arrivare alle lacrime. Anche in questo, appunto, lo sport mi ha formato tanto”.
Tatuaggi rugbistici ne hai?
“Non ancora, ma direi che è in arrivo, solo che il mio tatuatore adesso è in Messico… Mi immagino un disegno che unisca più discipline tra quelle che mi hanno accompagnato nella mia vita. Quindi ovviamente il rugby, ma anche il pugilato, che adesso sto praticando a livello amatoriale tre volte alla settimana, ma non competo. E naturalmente il calcio, con una particolare attenzione verso la Sampdoria, la squadra per cui tifo”.
Possiamo aspettarci una tua canzone dedicata al rugby?
“Non sarebbe male come idea però non vado a comando, come con le canzoni. Scrivo quelle che mi escono, io non faccio niente se non per esprimere quello che mi passa per la testa. Certo, se vivessi il rugby di più mi verrebbe più facile; è per questo che a Milano, dove vivo adesso, vorrei cercare un club da seguire”.
Che cos’hai scoperto del gruppo della Nazionale, quando li hai incontrati a Dublino?
“Conoscevo solo alcuni di loro sui social, e in più ho scoperto lì, da Riccardo Favretto, che da ragazzi eravamo stati avversari. Ho chiesto di incontrare gli Azzurri solo la sera dopo la partita, per una questione di rispetto. E sono contento che ‘Mitch’ Lamaro, il capitano, mi abbia riconosciuto questa scelta”.
Perché solo dopo la partita dell’Aviva Stadium di Dublino?
“Ho sempre preferito fare un passo indietro piuttosto che in avanti e in questo caso, pur essendo un momento che avevo sempre sognato, so che per entrare a far parte di quel gruppo te lo devi meritare, lì ci sono tantissimi ragazzi che si fanno veramente il mazzo dalla mattina alla sera, quindi era giusto che loro avessero i loro momenti”.
Che gruppo ha la Nazionale?
“Ho notato la loro estrema professionalità e l’estrema intelligenza, anche per come parlano, la dialettica che utilizzano, cioè si vede che è gente con la testa sulle spalle, una testa molto grossa, delle spalle ancora più grosse. Anzi, sono tutti delle bestie, io mi sono sentito piccolo e non sono abituato a questa sensazione”.


