L'ex bandiera rossonera parla durante la settimana che porterà al sfida con l'Inter: "Corsa scudetto? Nel calcio mai dire mai..."
Il derby, per Demetrio Albertini, è da sempre questione di rigore. E non solamente perché, centrocampista del Milan, segnò ben due volte dal dischetto a Gianluca Pagliuca, portiere dell’Inter sul finire degli anni Novanta. Qui, più che di campo, parliamo quasi di religione “calcistica”. "No, non è mai una partita come le altre - spiega Albertini, nato e cresciuto con i colori rossoneri nel cuore -. In palio ci sono sempre tre punti, ma dietro c’è molto più: tradizione, orgoglio, sentimento".
Ha ragione Leao, dunque, a parlare di "questione di vita o morte" e di prendere il derby "sul personale"?
"Ai miei tempi non c’era nemmeno bisogno di certi richiami. Da una parte avevamo Maldini, Baresi, Costacurta... Dall’altra c’erano Bergomi, Ferri, Berti, solo per citarne alcuni. Non era gente a cui occorreva spiegare il significato del derby con dichiarazioni pubbliche. Oggi, con tanti stranieri in più e rose che cambiano più spesso, credo Leao abbia voluto avvisare i compagni, soprattutto gli ultimi arrivati, sull’importanza di una partita così. Rafa è al Milan ormai da quasi sette anni e giustamente ha parlato da veterano".
In un derby porti in campo il senso di appartenenza, la storia di un club, anche di chi c’era prima di te con quella maglia"
Ha anche consigliato di non uscire la sera, perché è una settimana speciale...
"Vabbé, quello per un professionista dovrebbe essere la base sempre, non solamente nei giorni che precedono il derby (ride, ndr). Forse Leao non ha usato tutte le parole nel modo giusto, ma condivido il suo messaggio di fondo: in un derby porti in campo il senso di appartenenza, la storia di un club, anche di chi c’era prima di te con quella maglia".
La settimana che porta a Milan-Inter è particolare?
"Per me in allenamento non lo era, proprio perché un professionista, anche per rispetto dell’allenatore e dei compagni, mantiene sempre certi standard, di settimana in settimana. Ciò che realmente è differente è il contorno. I tifosi, la città... Lo avverti".
Quindi non serve una preparazione speciale?
"Se parliamo di sedute a Milanello e tattica, non penso proprio che Massimiliano Allegri tratti il derby in modo diverso da come, per esempio, ha fatto la scorsa settimana prima della Cremonese. O di come farà prima di incontrare Napoli e Juventus. Milan-Inter è sempre un incontro di calcio con ventidue uomini in campo. Il di più, piuttosto, è sul lato emozionale, perché è una partita di sentimento".
Calcisticamente parlando, per il Milan è davvero questione di vita o di morte, almeno limitandoci al discorso scudetto?
"Beh, è l’ultima chiamata. Se l’Inter vincerà domenica, potrà cominciare già a cucirsi lo scudetto sul petto e preparare i festeggiamenti. Per questo credo che la partita sia molto più importante per il Milan che per la squadra di Chivu".
E se invece vincesse il Diavolo, il campionato sarebbe riaperto?
"Per me no, perché sette punti da recuperare sarebbero comunque tanti, specialmente con questa Inter che viaggia a mille in Serie A. Però, ecco, i nerazzurri dovrebbero poi stare attenti a non fare scivoloni. E nel calcio mai dire mai: io ho vinto uno scudetto da -7 a sette giornate dalla fine nel 1998-99, rimontando su di una grande Lazio. Noi le vincemmo tutte, loro ne persero due di fila con Roma e Juventus, e poi alla penultima giornata facemmo il sorpasso decisivo".
Prendiamo gli ultimi sei derby: il Milan si è presentato praticamente sempre con gli sfavori del pronostico, ma ne ha vinti quattro e pareggiati due"
Il suo ultimo gol in un derby risale proprio a quella stagione: Milan-Inter 2-2 all’andata.
"Bei tempi (ride ndr). I derby di una volta, come ho detto, erano diversi, con tanti italiani sentivi la sana rivalità in campo".
Verrebbe da dire che l’unica cosa rimasta uguale è l’imprevedibilità: allora pareggiaste sia all’andata che al ritorno pur vincendo lo scudetto e tenendo l’Inter 24 punti più sotto...
"Assolutamente. Prendiamo gli ultimi sei derby: il Milan si è presentato praticamente sempre con gli sfavori del pronostico, ma ne ha vinti quattro e pareggiati due. Il derby sfugge alle normali logiche di classifica".
Oggi il Milan è secondo, pur avendo gli stessi punti (57) dopo 27 giornate del Napoli di Conte lo scorso anno o dell’ultimo scudetto di Pioli in rossonero.
"Allegri ha saputo dare una certa consapevolezza alla squadra, oltre a solidità tattica e mentale. Mi incuriosisce, però, un aspetto: il Milan fa molto meglio nei secondi tempi che nei primi 45 minuti".
C'è una strategia precisa dietro?
"Da fuori non saprei dirlo. Di sicuro è questione anche di mentalità vincente: non può essere un caso che i rossoneri trovino spesso gol nei finali di gara, come successo pure domenica a Cremona".
Qualche critico pensa sia dovuto anche all’eccessiva prudenza di Allegri e invoca un cambio di modulo, passando al 4-3-3 - come nel finale contro la Cremonese - già dal fischio d’inizio. È d’accordo?
"Non mi va di giudicare dall’esterno il lavoro di un professionista come Max. Si sapeva fin dal principio che la sua prima missione sarebbe stata ritrovare un certo equilibrio e credo proprio ci sia riuscito. Poi non ne farei nemmeno una questione di moduli, bensì di interpretazione dei ruoli e caratteristiche dei calciatori. Adesso si parla di 4-3-3, ma il Milan gioca con il 3-5-2 esattamente come l’Inter, che è capolista e ha nettamente il miglior attacco della Serie A. Cosa cambia davvero? Se da quinto ho un giocatore dalle eccezionali doti offensive come Dimarco, per esempio..."
A proposito di gol, perché Pulisic non segna più?
"Succede agli attaccanti. Ha fatto una prima parte di stagione straordinaria e ora sta girando male. Non mi preoccuperei più di tanto".



