La Società italiana dell'obesità difende l'indice di massa corporea: “Senza screening semplici la malattia diventa invisibile”. Intanto uno studio britannico denuncia ascensori progettati su standard superati
13 maggio 2026

Il Body Mass Index, il vecchio indice di massa corporea, sarà anche imperfetto, ma guai a mandarlo in pensione troppo presto. Al Congresso europeo sull'obesità (Eco 2026) in corso a Istanbul, la Società italiana dell'obesità (Sio) prende posizione nel dibattito internazionale che da mesi divide esperti e società scientifiche: il Bmi può avere limiti clinici, ma resta oggi il principale strumento di screening rapido, universale e a costo quasi zero.
Una presa di posizione che nasce soprattutto da un problema molto concreto. Secondo i dati dello studio italiano Itros, presentati al congresso, appena il 17% dei pazienti italiani ha il Bmi registrato nella cartella del medico di medicina generale. Nell'83% dei casi manca perfino questa rilevazione di base, che richiede soltanto peso e altezza.
Il possibile superamento del Body Mass Index
“Né perfetto né infallibile, ma indispensabile”, sintetizza il presidente della Sio Silvio Buscemi. Nel mirino della società scientifica italiana ci sono le proposte avanzate da parte della comunità internazionale di superare il Bmi come criterio principale per la diagnosi dell'obesità, sostituendolo con parametri più sofisticati basati sul danno d'organo, imaging o analisi metaboliche approfondite. “Se già oggi non riusciamo nemmeno a pesare e misurare regolarmente i pazienti - osserva Buscemi - introdurre sistemi più complessi rischia di rendere l'obesità una malattia invisibile”. Il timore è che criteri troppo articolati rallentino diagnosi e accesso alle cure, soprattutto nella medicina territoriale. Per gli specialisti italiani il problema è anche organizzativo. “Non possiamo aspettare che la malattia produca una delle sue oltre 200 complicanze prima di intervenire”, spiegano dalla Sio. Da qui la difesa di uno strumento considerato magari grossolano, ma ancora fondamentale per intercettare rapidamente i soggetti a rischio.
Gli ascensori progettati su standard superati
Il congresso di Istanbul, però, sta mostrando anche un altro aspetto dell'emergenza obesità: quello che riguarda direttamente gli spazi pubblici e le infrastrutture. Uno degli studi più discussi di questi giorni arriva infatti dal Regno Unito e riguarda gli ascensori europei, che secondo i ricercatori sarebbero progettati su standard ormai superati rispetto all'aumento del peso medio della popolazione. La ricerca coordinata da Nick Finer, presidente dell'International Prader-Willi Syndrome Organisation ed ex docente dell'University College London, ha analizzato 112 ascensori prodotti tra il 1972 e il 2024 in sette Paesi europei, inclusa l'Italia. I dati mostrano che le capacità teoriche degli impianti si sono sostanzialmente fermate ai parametri dei primi anni Duemila, mentre il peso corporeo medio ha continuato a crescere.
L'effetto del cambiamento del peso medio
Negli anni Settanta il peso medio nel Regno Unito era di circa 75 chili per gli uomini e 65 per le donne. Oggi si è arrivati rispettivamente a 86 e 73 chili. Eppure molti ascensori continuano a essere progettati assumendo un peso standard di 75 chili per passeggero. Per Finer non si tratta solo di un problema tecnico o di sicurezza. “Gli spazi pubblici non sono più progettati pensando a corpi più grandi”, avverte il ricercatore, sottolineando anche il rischio di disagio e stigma sociale per le persone con obesità. Il risultato è che il congresso di Istanbul finisce per raccontare due facce della stessa trasformazione. Da una parte una medicina che cerca strumenti più sofisticati per definire e trattare l'obesità come malattia cronica complessa. Dall'altra una società che continua spesso a essere costruita su parametri fisici di mezzo secolo fa.




