Lo studio pubblicato sulla rivista Nature che mette in discussione l’idea che sia in atto una pandemia di obesità, patologia che si arresta nei paesi ricchi e in Italia. Scarseggiano però le diagnosi e tra i nodi da sciogliere c’è anche la legge sulla privacy
13 maggio 2026

Se da un lato i tassi di obesità hanno subito uno stop nella maggior parte dei paesi industrializzati, dall’altro avviene l’esatto opposto nei paesi a basso e medio reddito. Italia, Francia e Portogallo registrano invece solo un lieve freno.
Ad indicarlo è una vasta analisi internazionale pubblicata sulla rivista Nature, che ha coinvolto circa 2mila ricercatori di tutto con capofila l’Imperial College di Londra. Oltre 230 milioni gli individui provenienti da 200 paesi sono stati coinvolti nello studio il cui obiettivo è quello di mettere in discussione l’idea che sia in atto una pandemia di obesità.
Un analisi che secondo il coordinatore del team di ricercatori, Majid Ezzati, suggerisce oltre al rallentamento e alla stabilizzazione del tasso di crescita dell’obesità anche una possibile inversione in molti paesi. Un quadro che il ricercatore definisce come «più ottimistico», mettendo comunque in evidenza i progressi fatti. Tuttavia, il prossimo passo per lo studio è quello di cercare le motivazioni per cui alcuni paesi stanno ottenendo risultati migliori di altri e «applicare le lezioni apprese».
Oltre 4o anni di raccolta dati: esito positivo per bambini e adolescenti
Per la ricerca sono stati presi come riferimento i dati riguardanti il Bmi (Body Mass Index) di milioni di persone dai 5 anni di età in su, raccolti in una finestra temporale che va dal 1980 al 2024. I risultati evidenziano miglioramenti nei paesi ad alto reddito. Esito positivo soprattutto nei bambini e negli adolescenti, seguiti circa un decennio dopo dagli adulti.
A rallentare per prima all’inizio degli anni 90 è stata la Danimarca, seguita a ruota dalla maggior parte degli altri paesi a partire dal 2000. Australia, Finlandia e Svezia sono le uniche eccezioni riguardanti i bambini, in quanto per questi paesi l’obesità è aumentata o ha subito persino un’accelerazione.
Stabilizzazione in momenti diversi per ogni paese
La crescita dell’obesità si è fermata o invertita per Europa e Giappone quando la prevalenza era ancora inferiore al 10% tra i bambini. In Italia, ad esempio, la stabilizzazione è stata registrata con una prevalenza tra 8% e 12% per i bambini e tra 14% e 15% per gli adulti. Invece, negli Stati Uniti e in Nuova Zelanda la stabilizzazione è avvenuta tra il 19% e il 23% della popolazione in età scolare.
L’obesità accelera nei paesi a basso e medio reddito
L’obesità aumenta - e in avvolte accelera - nella maggior parte dei paesi a basso e medio reddito: in Brasile, ma anche in Romania e Repubblica Ceca, per esempio, ha raggiunto una prevalenza del 30-40% tra gli adulti. I ricercatori si appellano quindi alla necessità di politiche di sanità pubblica mirate per colmare il divario crescente, incentrate soprattutto sulla disponibilità e l’accessibilità economica di alimenti sani.
In Ue 6 su 10 senza diagnosi
L’Italia è il primo paese al mondo ad aver riconosciuto l’obesità come malattia attraverso la legge Pella in vigore da pochi mesi. Diversi clinici la definiscono come una nuova «epidemia». Eppure in Europa sono 6 persone su 10 a non aver ricevuto una diagnosi chiara.
A delineare il quadro è Silvio Buscemi, presidente della Società italiana dell’obesità (Sio), dal Congresso europeo sull’obesità Eco2026 in corso a Istanbul. Il professore avverte come anche in Italia la situazione sia complessa, dove è assente un Registro nazionale che inquadri il fenomeno.
Le poche diagnosi
Buscemi riporta di avere tra le mani solo il 40% delle diagnosi di obesità in Europa. Non c’è traccia, quindi, del restante 60% della popolazione senza il riconoscimento della patologia.
Il dibattito si sposta sullo strumento finora utilizzato per lo screening, ovvero l’indice di massa corporea, ma che per il presidente della Sio presenta comunque delle criticità. In Italia l’83% dei pazienti ne è ancora sprovvisto e solo il 17% ha questo dato all’interno del proprio Fascicolo sanitario elettronico.
Legge sulla privacy
Ma a pesare è anche la legge sulla privacy: «È assurdo che i medici di base non possano conferire dati anonimizzati per scopi di ricerca scientifica a causa di interpretazioni burocratiche della privacy - sottolinea il presidente Sio -. Affrontare l’obesità, che colpisce 6 milioni di italiani, richiede un sistema di monitoraggio costante. Senza una misurazione semplice e applicabile, come il Bmi, e senza la possibilità di raccogliere questi dati, restiamo al buio, impossibilitati a valutare l’efficacia delle cure e delle politiche sanitarie. È come voler ridurre i consumi elettrici di un Paese senza poter leggere i contatori». Da qui l’appello alle istituzioni ad intervenire rapidamente.
Le novità dal congresso
Numerose le novità annunciate durante il congresso europeo. Sul fronte terapeutico le molecole anti-obesità diventano più mirate per cure sempre più personalizzate con un occhio di riguardo sulla differenza di genere.
Aggiornate le linee guida del 2025 sulla gestione farmacologica dell’obesità e delle sue complicanze elaborate dall’Associazione Europea per lo Studio dell’Obesità (Easo), a cui si aggiunge la presentazione del nuovo algoritmo che ha come obiettivo quello di cercare il farmaco più adatto per ogni paziente. «Ora la priorità per l’Italia - sottolinea Eligio Linoci, vice presidente della Federazione associazioni obesità (Fiao) - è introdurre l’obesità nei Livelli essenziali di assistenza, perchè ad oggi le terapie sono ancora a totale carico del cittadino».





