Emilio Deleidi
28 febbraio - 08:15 - MILANO
A metà degli anni Ottanta la Fiat costruì un propulsore di nuova generazione, avanzato anche nei metodi di produzione automatizzati grazie ai robot. Con cilindrate crescenti e adattamenti alle normative ambientali, venne utilizzato per 35 anni sui modelli del gruppo torinese
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Fiat Fire, nato in un momento difficile
Fine anni Settanta, un momento difficile per l’Italia. Il decennio era iniziato con la prima grande crisi petrolifera dell’inverno 1973-1974, scoppiata in seguito alla guerra arabo-israeliana del Kippur, poi era proseguito tra terrorismo, attentati, scandali politici, scioperi che paralizzavano il Paese e le nostre fabbriche. La Fiat, al tempo ancora una delle grandi industrie nazionali con un peso decisivo sul mercato e sull’economia nazionale, nonostante le difficoltà oggettive del settore era in fase di rinnovamento della propria gamma. Nel 1972 aveva lanciato la 126 per sostituire la gloriosa 500, nel 1974 la 131, al Salone di Torino era stata la volta della Ritmo, innovativa nello stile più che nella meccanica. Quello che serviva, però, era anche un motore di nuova generazione, chiamato a sostituire con soluzioni più moderne il glorioso 4 cilindri ad aste e bilancieri della serie 100, nato nell’ormai lontano 1955 per la 600 e poi adottato, nelle sue evoluzioni con cilindrata portata dagli originari 633 cc a 903 e anche 1.050 cc, su una lunga serie di modelli come la Fiat 127 e l’Autobianchi A112. Inizialmente frutto di una collaborazione con Peugeot-Citroën, finita nel nulla per ragioni politiche ed economiche, la nuova unità troverà la sua prima applicazione nel 1985 sull’altrettanto rivoluzionaria Autobianchi Y10, dal 1989 venduta con il marchio Lancia: per l’inedito propulsore era l’inizio di una lunghissima carriera, arrivata alle soglie dei giorni nostri.
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