Montezemolo: "Antonelli merita il meglio. Malagò uomo giusto per la Figc"

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L'ex n.1 del Cavallino, presidente di Fiat e Confindustria parla dal suo ritiro a Villa Fungarino che ha fatto diventare un'azienda agricola

Pier Bergonzi

Giornalista

6 giugno - 18:29 - MILANO

La colonna sonora è una melodia di grilli e fringuelli; mentre cani, cavalli, asini, mucche, pecore e persino delle tartarughe mettono movimento alla scena occupata da quel verde intenso della primavera che si fa estate. Villa Fungarino, sulle colline a sud di Bologna, è uno di quei luoghi che fanno bene all’anima e ti fanno pensare a qualcosa di molto vicino al paradiso. È la tenuta di Pianoro, di proprietà della famiglia Cordero di Montezemolo. Distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale è stata fedelmente ricostruita dal nonno di Luca Cordero di Montezemolo, che ora se ne occupa a tempo (quasi) pieno. L’uomo che è stato a capo della Ferrari, negli anni d’oro di Lauda e poi di Schumacher, l’uomo che ha guidato le avventure di Azzurra e del Mondiale di Italia 90, che è stato presidente di Fiat e Confindustria, fondatore e tuttora presidente di Italo treno, ha deciso di dedicarsi a questa tenuta dove si produce tutto ciò di cui un uomo può avere bisogno, dai frutti dell’orto alla pasta, dal vino all’olio. Lo abbiamo incontrato alla vigilia del Gran Premio di Montecarlo, dove la McLaren (di cui è direttore generale) festeggerà il millesimo Gran Premio. 

Ma il suo primo, vero impegno, è diventato quello di “Gentleman farmer”? 

"Mi piacerebbe tanto, ma ancora ho responsabilità che mi fanno viaggiare molto. Diciamo che qui ci vengo più spesso, ma è ancora troppo poco". 

L’idea è quella di fare di Villa Fungarino un luogo dell’anima, e una vera e propria azienda agricola innovativa e totalmente sostenibile? 

"Sì, e ormai ci siamo. Qualche anno fa ho avuto forti dolori di stomaco originati, probabilmente, dal forte stress dei Gran Premi. Sono stato da un bravissimo gastroenterologo amico che mi ha fatto fare tutti gli esami del caso e alla fine ha sentenziato che stavo benissimo, ma che mangiavo malissimo. È stata la molla che mi ha portato a investire i miei soldi in questa tenuta dove avevo passato tante vacanze, dove avevo un’infinità di ricordi, ma né mio nonno, né mio papà l’avevano mai pensata per un utilizzo agricolo. Ci sono riuscito io, con l’aiuto di un agronomo, e ora Villa Fungarino ci consente di essere totalmente autonomi. Qui facciamo vino e olio, abbiamo la carne dei nostri bovini Aberdeen Angus, la frutta e la verdura dell’orto, le uova delle nostre galline e la pasta con farine di grano antico siciliano coltivato da noi. Ho cinque figli, dal primogenito che ha 48 anni al più piccolo che ne ha 16. A loro vorrei lasciare questa azienda agricola completamente autosufficiente e sostenibile, ma gestita con criteri innovativi, perché credo che la terra, con le sue radici e la sua straordinaria potenzialità, sia il futuro del Pianeta". 

E i suoi figli la seguono in questo progetto? 

"Per motivi diversi sono tutti legati a Villa Fungarino, ma Lupo, il più giovane, è quello che se ne interessa maggiormente. Vorrebbe studiare Agraria a Bologna, come il nonno, e sa già tutto di allevamento in genere. È già esperto di linee di sangue. Siamo stati insieme a comprare due mucche in Irlanda e siamo andati anche in Argentina. È davvero appassionato. Se non cambia idea, qui farà cose bellissime". 

Quante vacche e quali altri animali avete? 

"Le vacche Aberdeen Angus, oggi sono 42, ma il progetto che vogliamo sviluppare mira ad arrivare a 50 fattrici di altissima genetica puntando a diventare il miglior allevamento in Italia. Vengono allevate allo stato brado per quasi tutto il periodo dell’anno. Si alimentano con erba o fieno di nostra produzione. Poi abbiamo cavalli, asini, pecore, cani e anche nove tartarughe…". 

Eppure lei voleva fare l’avvocato… 

"Sognavo di fare il penalista, poi però vinsi una borsa di studio e mi sono laureato in Diritto civile all’Università di Roma con 110 e lode e pubblicazione della tesi. Mi ero trovato un posto in un ufficio legale di New York e contemporaneamente seguivo un Master alla Columbia University. Avevo la possibilità di far carriera nel mondo del diritto internazionale". 

Ma Enzo Ferrari cambiò i suoi piani… 

"Era il 1973, mi invitarono come pilota di rally alla trasmissione radiofonica Chiamate Roma 3131. In quell’occasione difesi a spada tratta il mondo dei motori e i suoi protagonisti. Ferrari, che era in ascolto, volle conoscermi. Mi mandò il suo libro e mi invitò ad andare a trovarlo. Alla prima occasione, di rientro dagli Usa andai a trovarlo e alla fine della chiacchierata mi propose di diventare suo assistente: “Vorrei che lei lavorasse per me per liberarmi dalla prigione degli ingegneri, che mi raccontano un sacco di balle per difendere le macchine e il loro lavoro”, mi disse. E mi convinse…". 

Enzo Ferrari è stato un uomo chiave della sua vita? 

"Certamente: perché mi ha assunto quando avevo solo 25 anni e perché mi ha insegnato molto. Ferrari è stato un gigante, prigioniero del suo mito e al tempo stesso un grande agitatore di persone che aveva nel sangue degli elementi straordinari di marketing. Penso al logo del Cavallino, al colore rosso e alla strategia dell’attesa. “La Ferrari è come una bella donna, la devi desiderare”, diceva. E a me aggiungeva: “Ricordati che in Italia ti perdonano di tutto, ma non ti perdoneranno mai il successo”. Enzo mi ha insegnato a un arrendermi mai e a essere molto esigente con i collaboratori, soprattutto quando le cose vanno bene, a chiedere il massimo e anche di più quando vinci. Perché farlo quando perdi è fin troppo facile". 

E con la “sua” Ferrari avete vinto spesso. Diciannove titoli complessivi tra piloti e scuderia. Lauda e Schumacher i suoi eroi, chi sceglie tra in due? 

"Domanda crudele. Ma alla fine scelgo Lauda perché è stato un amico vero. Abbiamo incominciato insieme e abbiamo subito vinto. Niki è stato per me uno di quegli amici che si contano sulle dita di una mano. Ma ero legato anche a Schumi. Veniva qui, ad agosto col piccolo Mick, che era appena nato. Ora sono ancora in contatto con la moglie Corinna". 

Tra i “suoi” piloti avrebbe potuto esserci anche Senna… 

"Certo, lui voleva venire in Ferrari. Prima di quel tragico Gran Premio di Imola del 1994, venne qui a Villa Fungarino a cenare come me. Rimase a lungo sulla poltrona rossa a chiacchierare e mi fece capire che poteva liberarsi dal contratto perché il suo sogno era correre col Cavallino. Era il mercoledì prima di quella domenica primo maggio…". 

Quanto le fa male vedere la Ferrari attuale che non riesce a tornare competitiva? 

"Molto… La Ferrari oggi è un’azienda che non ha un leader. Manca una persona che ogni giorno, con passione e competenza, stia addosso al progetto e al prodotto. E l’assenza di leadership si traduce in assenza di risultati. Nello sport non si può sempre vincere, ma una macchina come la Ferrari dovrebbe essere almeno lì a lottare per il Mondiale fino all’ultima gara". 

Che cosa pensa di Antonelli, il bolognese Kimi Antonelli? 

"Tutto il meglio. Il fatto che sia il nuovo fenomeno della F.1 mi fa tanto, davvero tanto piacere, per lui e per la bella famiglia che ha alle spalle. E mi dispiace che la Ferrari abbia perso una grandissima occasione. Perché Kimi aveva bussato prima alla porta di Maranello. Gli dissero che era troppo piccolo, ma alla sua stessa età Hamilton era stato preso in McLaren. Ma forse per lui è stato meglio così, perché in questa Ferrari…". 

Che cosa pensa della F.1 attuale? Ha ragione Alonso quando dice che queste macchine potrebbe guidarle anche il cuoco del suo motorhome? 

"Io sono sempre stato per una F.1 tecnologicamente avanzata, ok anche ai motori ibridi, ma per auto veloci, che siano il massimo esempio di competitività. Non posso vedere i piloti che rallentano in curva per risparmiare energia. Ma so che stanno rimettendo mano ai regolamenti, a cominciare dalle qualifiche, e resto fiducioso". 

Lei è stato a capo del Mondiale di Italia 90. Quelle notti magiche ci mancano da troppo tempo. 

"Ma certo, l’Italia fuori dal Mondiale è una sciagura. E dobbiamo correre ai ripari al più presto. Come? Intanto studiando come sono uscite dalla crisi altre nazionali di riferimento come la Germania. E poi dobbiamo ripartire dalle basi. Non è possibile che si chiedano tutti quei soldi per entrare nelle scuole calcio, dove gli allenatori dovrebbero cambiare mentalità. Pensano troppo a vincere e al 5-3-2 invece di insegnare i fondamentali. Servono grandi investimenti nello sport di base e forse dovremmo mettere un limite all’impiego degli stranieri nelle nostre squadre". 

Giovanni Malagò o Giancarlo Abete per la Federcalcio del futuro? 

"Abete era compagno di scuola di mio fratello… Ma Giovanni è un amico vero. Suo padre Vincenzo era con me nell’organizzazione di Italia 90 ed è stato il più longevo rivenditore di Ferrari d’Italia. Se c’è una persona che può fare bene in quel ruolo è proprio Malagò perché ha passione e competenza. Ma io gliel’ho sconsigliato in tutti i modi. È uscito così bene dall’Olimpiade di Milano Cortina… Non seguirà il mio consiglio, ma io l’ho avvertito". 

Tra tutte le sue “avventure”, di che cosa è più orgoglioso? 

"Ferrari a parte, dico Italo. Perché è stata una grande sfida imprenditoriale. Un treno! Ricordo ancora adesso l’emozione del primo viaggio. Era qualcosa vicino a i sogni. L’idea venne a Gianni Punzo, Quando ne parlai al mio amico Diego Della Valle mi prese per pazzo. Ma quella che sembrava una follia ora è una splendida realtà che ha fatto viaggiare 25 milioni di persone solo l’anno scorso. E posso dire con soddisfazione che la presenza di Italo, interamente pagato con soldi privati, ha costretto a migliorare anche i treni di Stato e ha portato alla riduzione del 40 per cento del costo dei biglietti". 

Montezemolo deve scappare, ha un treno (Italo, naturalmente) che lo aspetta. Questa volta in direzione Milano. Ma tornerà presto qui, a Villa Fungarino, come d’abitudine appena gli impegni lo permettono, dai suoi asini e le nuove piante di ulivi autoctoni.

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