In Europa nel settore del fashion 1 pacco su 3 viene restituito al mittente, il Paese più virtuoso è l’Italia con un tasso di resi del 15%, il peggiore la Germania con il 59%. A tornare indietro sono soprattutto i capi di abbigliamento femminili, vestiti e gonne in testa, con un costo per l’azienda che arriva fino a 20 euro per ogni “return”. È questo quanto emerge dal progetto di ricerca “Returns@Yocabe”, creato dal team Data Science della tech company Yocabe e dal gruppo di ricerca Intelligent Information Mining coordinato dai professori Damiano Distante e Stefano Faralli e composto da ricercatori dell’Università degli Studi di Roma UnitelmaSapienza e di Sapienza Università di Roma. L’obiettivo dello studio analizzare, modellare e prevedere scientificamente il fenomeno dei resi sui canali e-commerce su cui l’azienda opera.
Secondo le stime di settore, si legge nel report, il tasso medio di reso europeo per l'abbigliamento online si aggira tra il 25% e il 40%. Tradotto: 1 ordine su 3, nel fashion, genera reso. Sul piano economico, i costi diretti e indiretti dei resi pesano in modo significativo sui brand. Secondo Reverse Logistics Association, il costo medio di gestione di un reso nel fashion varia tra 4 euro e 20 euro per articolo, inclusi spedizione di ritorno, processing, controllo qualità e ricondizionamento. Per brand di fascia premium, il costo può superare anche i 20 euro. Questo significa che il costo reale del “ritorno al mittente” può rappresentare il 20–30% del margine operativo di un’azienda.
Un fenomeno quello dei resi che non accenna a diminuire, anzi, secondo l’analisi quasi tutti i Paesi nel 2025 hanno un “return rate” più alto rispetto a quello che avevano nel 2022: si passa da circa il 34% al 42%, con un aumento di 7,7 punti percentuali. I prodotti più resi sono i vestiti da donna. Il driver comune che porta alla restituzione è il fit: abiti e gonne sono fortemente dipendenti dalla vestibilità, che varia considerevolmente tra brand, paese di origine e taglia. Stando così le cose, è evidente che siano le donne a restituire più degli uomini, con un differenziale medio di 5-10 punti percentuali.
Ma perché si restituisce tanto nel settore del fashion? Secondo lo studio il 53,8% dei resi non include alcun dettaglio motivazionale. Dei resi con motivazione dichiarata, il 27,1% cade nella categoria "don't like" (soggettivo), il 14,7% è legato alla taglia.
Stando allo studio il reso dovuto al “don’t like” è tecnicamente evitabile con strumenti di size guidance avanzati, per questo i principali marketplace fashion europei stanno ridisegnando policy, investendo in tecnologia di fitting predittivo e ripensando l'esperienza pre-acquisto per intercettare il reso prima ancora che si generi e, contestualmente, stanno irrigidendo le policy di reso.
Secondo Yocabe per migliorare la soddisfazione del cliente finale e abbattere i costi per le aziende è necessario cambiare approccio, non più studiare i resi ma arrivare a predirli. E secondo Perrone è proprio questo lo scopo della joint venture con la Sapienza: sviluppare una modalità che si sposa con tutti i casi in cui non si conosce ancora l'utente o non si ha una base utenti ricorrente ampia “perfetta - conclude il CEO di Yocabe - quindi per ecommerce e marketplace, luoghi in cui il venditore non ha accesso alle informazioni sui clienti ma può decidere a priori (invece che a posteriori, dopo che sono già state fatte vendite e resi) se ha senso o meno vendere un prodotto in base al tasso di reso atteso e i costi di spedizione e gestione dei resi su quel canale/ Paese”.
“Ridurre il tasso anche solo del 3–5% genera impatti diretti sulla redditività, senza investimenti in nuovi canali” spiega Vito Perrone, founder e Ceo di Yocabe, che aggiunge: “Nel fashion online, i resi sono parte strutturale del modello di business. L'obiettivo non è portarli a zero ma portare ogni mercato e ogni categoria verso il proprio benchmark di eccellenza, misurare continuamente, e trasformare ogni reso in un'opportunità di apprendimento”.
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