"Papà Valentino ancora con me, Superga una ferita per sempre. Io e Rivera rivali con rispetto. Quando mi diedero la fascia di capitano Facchetti ci rimase male"
Finché c’è tempo, si gioca con onore: lo diceva papà Valentino, l’ha sempre saputo suo figlio Sandrino. Con un filo di voce ma la tempra di sempre, a 83 anni Alessandro Mazzola, detto Sandro, sa che la partita si fa sempre più difficile. Intanto, tra ferite e incontri, vittorie e rimpianti, davanti a lui scorrono le immagini di una vita straordinaria: da Superga alla Grande Inter, da Rivera a Ronaldo e ora Lautaro.
Mazzola, se oggi potesse stringere ancora la mano di Valentino, che cosa gli direbbe?
"La stringo ancora oggi: nei sogni entro con lui mano nella mano al Filadelfia. Gli parlerei dei miei figli, Ilaria, Valentina, Sandro e Paolo, e dell’Inter: i due amori che si dividono il mio cuore. All’Inter ho dedicato anche un libro, si intitola “Cuore nerazzurro*: parla di sogni, speranze, amore e sacrificio, tutto ciò che serve a un uomo per essere felice".
Lei lo è?
"Lo sono stato, nonostante le ferite. Una su tutte".
Il dolore di Superga si è mai davvero sanato?
"Come potrebbe? Avevo sei anni, cinque mesi e 23 giorni: tutti mi abbracciavano, io non capivo e cercavo facce amiche. Ero troppo piccolo per ricevere insegnamenti da papà, li ho conosciuti attraverso chi lo aveva conosciuto. Boniperti, una volta, mi disse: 'Sandrino, se dovessi fare una squadra, il primo che chiamerei sarebbe tuo papà'...".
Quando ha capito di poter fare il calciatore?
"Il 10 giugno 1961, Juventus-Inter, quella della Primavera finita 9-1. Avevo due interrogazioni di recupero, diritto e italiano: per mamma e il padrino Piero venivano prima. I compagni convinsero il prof a interrogarmi subito, poi corsi a Torino. Herrera mi considerava troppo gracile e l’Inter pensava di cedermi: nel primo tempo sbagliai tutto, nel secondo segnai il nostro gol".
E quando di essere Sandro Mazzola, non solo il figlio di Valentino?
"Nella finale di Coppa dei Campioni col Real. Ero incantato da Di Stefano e Puskas, Luisito Suarez mi disse: 'Oh, svegliati'. Dopo la vittoria Di Stefano mi diede la sua camiseta e disse: 'Sei degno di papà'...".
A chi sente di dire grazie per questo lungo viaggio?
"A mamma Emilia e mia moglie Graziella. Dopo Superga ero stato nascosto in un fienile dalla famiglia della compagna di papà, che chiese soldi per restituirmi. Mamma, con avvocato e carabinieri, mi riportò a Cassano d’Adda: trovai un fratellino e due zie quasi sconosciuti, eravamo poverissimi, ma entrai in una casa piena d’amore. A Torino vivevo in collegio e vedevo papà solo nel weekend. Graziella la conobbi da ragazzo: bionda, occhi azzurri, famiglia benestante, lei in Spider e io in tram. Si innamorò di me quando non avevo niente".
Ha citato due donne. E un uomo?
"Giuseppe Meazza. Se solo i giovani sapessero quanto era grande... Mi plasmò tecnicamente nelle giovanili. A fine allenamento lo guardavamo calciare missili: destro, sinistro, collo, esterno, con palloni che bagnati diventavano pietre. Chiedeva al portiere 'dove la vuoi?' e la metteva lì. Quanti oggi saprebbero farlo?".
Che cosa significa davvero l’Inter nella sua vita?
"Salvezza: è la squadra che mi ha salvato. Dopo Superga Benito Lorenzi venne a Cassano con scarpe e pallone: papà lo aveva aiutato a esordire in Nazionale e lui volle aiutare i suoi figli. Diventammo mascotte dell’Inter a 8-9 anni e Angelo Moratti ci dava il premio partita anche a noi: erano soldi vitali".
Sarebbero arrivati molti più soldi dopo.
"Quando mamma seppe la cifra che strappai ad Allodi nel primo contratto disse: 'Hai capito male, sono troppi...'. Angelo Moratti regalava ai giocatori più rappresentativi una Mercedes e a me una monetina d’oro per i gol importanti. Massimo continuò: a Natale tre monetine a me e una a mio figlio. I Moratti sono una seconda famiglia, come l’Inter: in nerazzurro ho passato 50 anni da mascotte a giocatore, poi dirigente con Fraizzoli e Massimo".
Quale fase le ha dato più gioia?
"In campo col Mago Herrera che cambiò il mio carattere: non volevo fare il centravanti, lui capì come sfruttarmi. Fu un innovatore, ci metteva a dieta, ma Luisito, il nostro Maestro, nascondeva salame e prosciutto in camera. Non eravamo lenti, anzi verticalizzavamo più di oggi".
Ha mai pensato davvero di tradire davvero l’Inter?
"Mai. Agnelli mi offrì il doppio, un’agenzia di assicurazioni e una concessionaria Fiat. Mamma disse: 'Tuo padre si rivolterebbe nella tomba'. Rifiutai. La Juve tornò quando ero dirigente con Fraizzoli e dissi un altro no: col cuore rifarei entrambe le scelte".
In cosa è ancora teso il filo con l’Inter?
"Sono un tifoso accanito. Chiedo a Chivu un altro scudetto e sogno che Lautaro, che merita di essere chiamato leggenda, alzi la sua Coppa dei Campioni. Lo faccia per me. Ma anche in questa Inter c’è ancora qualcosa che rimanda a Sandrino... Zanetti lo portai io nel 1995. Ausilio lo presi nel 1998 dalla Pro Sesto. E pure Ferri arrivò da noi giovanissimo".
Quali i colpi da dirigente a cui è più legato?
"Avevo comprato Platini, poi Fraizzoli rinunciò, e conservo il contratto firmato da Falcao, rimasto nel cassetto dopo l’intervento di Andreotti. Ricordo con piacere Zenga, aiutato a ripartire dalla Sambenedettese: nel suo carattere non credeva nessuno. Ma il capolavoro si chiama Ronaldo. Seppi che voleva lasciare Barcellona, lo incontrai e disse: 'Ok director, vengo a Milano'. Che soddisfazione quando la Federazione accettò l’1+8 per Zamorano".
Una volta per tutte: che rapporto c’era con Rivera?
"Sana rivalità e grandissimo rispetto. Eravamo le due metà di Milano, ma diversi: io famiglia e calcio, più riservato; Gianni più da prime pagine. Eppure con De Sisti, Bulgarelli e altri fondammo l’Associazione Calciatori nel 1968, nonostante pressioni persino dal governo. Allora interisti e milanisti non potevano quasi farsi vedere insieme: 'Sandro, stai lontano, ti attacca la rabbia', mi dicevano".
La Nazionale vi ha più unito o diviso?
"Vivemmo insieme il Mondiale del ’66 e chissà cosa ci diedero: mi sentivo spento e gli esami al ritorno confermarono qualcosa di strano... Nel ’70 rimpiango la fatica contro la Germania, che ci penalizzò in finale. Nel ’74 vivevamo un ricambio generazionale e una volta io e Gianni ci sedemmo a tavola insieme: ci dicemmo cose che restano tra noi, ma capimmo che la nostra stava tramontando...".
Si può dire che, più che Rivera, il suo vero rivale era... Facchetti?
"Io e il 'Facco' eravamo diversi, ma rivali mai. Quando Herrera mi diede la fascia, Giacinto era già capitano della Nazionale e forse ci rimase male. Per qualche giorno ci fu tensione, poi restammo soli, parlammo e ci abbracciammo. Fuori ci frequentavamo poco, ma allora si correva dalle famiglie...".
C’è qualcuno a cui oggi vorrebbe chiedere scusa?
"A Boninsegna: lui scherza dicendo che lo mandai via io. Non è vero, ma nello scambio con Anastasi avrei potuto oppormi e non lo feci, pensando convenisse all’Inter. E a Gigi Simoni: dopo la Coppa Uefa avevo l’accordo con Zaccheroni, che poi firmò col Milan. Quando Massimo decise di esonerare Gigi, ero contrario ma rispettai le gerarchie. Non lo meritava: era un uomo giusto e un grande tecnico".
Quali sono le cose più pazze che ha fatto?
"Sono scappato due volte da un ritiro. Nel 1968 nacque mio figlio Sandro: dopo due femmine, aspettavo il maschio, ma Valcareggi negò il permesso. Così scappai a Milano e niente finale di andata dell’Europeo. 'È arrivato il Bullo di casa', dissi a Graziella: da lì lo chiamiamo tutti 'Bulli'. Oggi mio figlio mi ha fatto scoprire un nuovo sport, è proprietario del Padel Club Ripamonti a Milano. Nel 1965, prima di Foggia-Inter, scappai per tornare da Padre Pio. Cercavo risposte su papà, allora capii che da lassù era fiero di me".
Il figlio Sandro, il nipote Valentino: nella famiglia Mazzola anche i nomi tramandano la leggenda.
"C’è anche mia figlia Valentina, che ha un figlio, Alessandro. Si torna sempre lì, a noi Mazzola, e al capofamiglia morto a Superga: per questo Paese lui significherà sempre famiglia, sacrificio, lavoro e umiltà, che non è mai debolezza ma forza".
E lei come vorrà essere ricordato?
"Come un bravo uomo che se la gioca anche quando è impossibile vincere, come in quel 9-1. Anche oggi combatto una partita più grande di me: proverò a portarla ai supplementari, magari ai rigori. Prima di smettere di giocare, però, ai giovani dico: abbiate sogni, credeteci e sacrificatevi. E agli adulti: date le opportunità che furono date a me da ragazzo".


