Il bomber polacco torna a parlare del suo passato, dando uno sguardo profondo anche al suo futuro…
Ogni storia che si rispetti ha un inizio e una fine. Anche quella di Robert Lewandowskisi avvicina alla sua conclusione. L’attaccante polacco, 37 anni, inizia a fare i conti con il passare del tempo e con l’idea di un futuro senza calcio: “So che la fine è vicina. Voglio godermi il più possibile questi momenti”, ha dichiarato nel post partita della vittoria contro l’Espanyol.Dopo una carriera costruita in Germania, si è reinventato bomber al Barcellona, conquistando i tifosi con il suo istinto da killer d’area. Oggi non è più un titolare fisso e anche il club blaugrana guarda al futuro, alla ricerca di un erede. Ma Lewandowski, per ora, non intende farsi da parte: “Giocherò fino a quando il corpo me lo permetterà”.
Lewandowski e il passare del tempo: “Ho l’età di alcuni padri dei miei compagni”
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Nel suo percorso al Barcellona, Lewandowski ha dovuto affrontare non solo un cambio di campionato, ma anche un profondo adattamento culturale e generazionale. Abituato alla mentalità rigorosa del calcio tedesco, l’attaccante polacco ha ammesso di aver inizialmente adottato un approccio molto severo nei confronti dei giovani della Masia, come gli era stato richiesto dal club al momento del suo ingaggio. Al Bayern Monaco, infatti, il gruppo era composto da giocatori più esperti, cresciuti in un contesto in cui disciplina, lavoro quotidiano e durezza erano valori imprescindibili. A Barcellona, invece, Lewandowski si è trovato di fronte a una nuova generazione di calciatori, tecnicamente preparatissima e con una comprensione del gioco molto più avanzata rispetto al passato.
Col tempo, però, ha capito che quel metodo non veniva accolto nel modo giusto e ha iniziato a cambiare prospettiva, imparando anche dai più giovani. “Alla loro età, molti anni fa, noi non capivamo il calcio come lo capiscono loro oggi”, ha riconosciuto, sottolineando l’importanza dell’empatia e degli aspetti che circondano il calcio moderno. Uno shock non solo culturale, ma anche generazionale, che lo ha spinto a mettersi in discussione: “Sono più vecchio dei padri di alcuni compagni, come quello di Lamine. Ho capito che dovevo imparare anche da loro”.

