La mini Olimpiade al carcere di Bollate: gli atleti? Detenuti, magistrati e polizia penitenziaria

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Terza edizione dei "Giochi della Speranza". Coinvolti tutti in diverse discipline: calcio, pallavolo, tennistavolo, atletica (staffetta e velocità), calcio balilla e scacchi

Francesco Albanesi

28 febbraio - 16:44 - MILANO

Nella zona nord-ovest dell’hinterland milanese sorge un campo da calcio in erba naturale dove i tifosi possono assistere alle partite da una posizione sopraelevata: le celle. Nel carcere di Bollate la parola chiave che lega oltre 1.600 persone è comunità. Si ride, si scherza, si gioca, come un’unica famiglia. Questa mattina è andata in scena la terza edizione dei “Giochi della Speranza”, un appuntamento che unisce sport e giustizia, abbattendo per un giorno qualsiasi tipo di muro e trasformando lo spazio detentivo in un luogo di confronto e condivisione 

la giornata

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L’evento ha simulato una mini Olimpiade, in cui detenuti, magistrati, rappresentanti della società civile e polizia penitenziaria si sono sfidati in diverse discipline: calcio, pallavolo, tennis tavolo, atletica (staffetta e velocità), calcio balilla e scacchi. “Bisogna essere squadra ogni giorno, restando compatti e ponendosi obiettivi di vita. Lo sport, in questo, unisce”, ha dichiarato Giorgio Leggieri, direttore del carcere. Insomma, “Giochi della Speranza” significa rispetto, fedeltà, famiglia e unione. Le partite di calcio a 7 si sono disputate all’interno di un rettangolo verde circondato da alte mura in cemento, e la rappresentativa dei detenuti ha vinto il torneo, sostenuta come non mai dai loro primi tifosi, affacciati alle finestre delle celle. Il più acclamato è stato “Gringo”, ragazzo senegalese con le treccine che quando corre sorride come Leao. Il suo idolo è Sadio Manè, gioca centravanti ed è soprannominato “Gullit” per le sue treccine. "Gringo" non solo ha trascinato la sua squadra, ma ha anche vinto il premio come miglior giocatore. 

il calcio che unisce

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Nel carcere di Bollate convivono storie diverse: c’è chi è detenuto da nove anni per rapina e chi sta scontando una pena per spaccio. Il calcio è il comune denominatore. C’è chi tifa Inter, chi Milan, chi Napoli. C’è persino chi, fino a non molto tempo fa, giocava da professionista in Serie C e in passato condivideva lo spogliatoio con Romagnoli, Petagna, Cristante e Gollini. In campo, la rappresentativa dei detenuti è una famiglia. C’è un allenatore che urla a squarciagola come se fosse in una finale di Champions League e chi, più istituzionale, segue la partita a bordocampo con l’atteggiamento di un dirigente. Nel medagliere ha trionfato la società civile, mentre le squadre maschili e femminili dei detenuti si sono classificate seconde. Terzi i magistrati, quarta la polizia penitenziaria. Le donne del team detenuti si sono cimentate nella pallavolo, tra sorrisi e complicità. Alla premiazione hanno partecipato l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini (“Le Olimpiadi fanno capire il senso della vita”), l’atleta paralimpica Giusy Versace (“Lo sport aiuta a ricominciare: non serve una medaglia al collo per ricordarsi di aver vinto”) e il giovane altista delle Fiamme Azzurre Matteo Sioli. 

solidarietà

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La società civile ha conquistato tre ori, vincendo negli scacchi, nel calcio balilla e nel tennis tavolo. L’organizzazione e la gestione del torneo sono state affidate al Centro Sportivo Italiano (Csi). Tutti hanno ricevuto una medaglia al collo, in segno di inclusione e solidarietà, nel pieno spirito delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 (appena concluse) e delle Paralimpiadi, che prenderanno il via il prossimo 6 marzo. Insomma, il carcere di Bollate affronta con serietà il tema del reinserimento sociale, offrendo lavoro, cultura e sport, trasmettendo valori concreti. Fino a qualche anno fa esisteva anche una squadra di calcio iscritta alla seconda categoria, che ospitava gli avversari a pochi passi dalle celle e andava in trasferta scortata, come una squadra professionistica. Un mix tra detenuti e polizia penitenziaria. Iniziative come queste, tutt’altro che scontate, facilitano il ritorno alla comunità. E aiutano a tornare a vivere, dentro e fuori dalle mura, con il sorriso.

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