Era il 1996 e si giocò all'ora di pranzo: allo stadio Kosevo di Sarajevo mancava l'illuminazione. Ma fu un giorno speciale, era infatti la prima partita in quello stadio dopo tanti anni di conflitto. Lo ricordò anche il telecronista della gara: "I significati di questa partita vanno oltre l'evento sportivo"
C’è un motivo se il 6 novembre 1996 Bosnia e Italia scendono in campo all’ora della pausa pranzo: lo stadio è privo di illuminazione. Nel bel mezzo degli anni Novanta la felicità può trovare dimora in più di un punto del mappamondo, ma sicuramente non ha fatto un pensierino a Sarajevo. Ma quel 6 novembre allo stadio Kosevo, gremito come non mai, il pallone torna a rotolare dopo quattro anni di guerra: il lungo assedio nella capitale è giunto al termine. Anche se la città sanguina ancora: il maxischermo dello stadio è perforato dalle pallottole, così è stato coperto da uno striscione che recita “Grazie azzurri”. Sì, l’Italia vicecampione del mondo ha avuto una splendida idea a visitare Sarajevo: la prima storica sfida fra gli azzurri e la Bosnia nasce qua.
dopo la guerra
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Lo mormora anche Bruno Pizzul, in apertura di telecronaca: “È quasi inutile sottolineare i significati di questa partita che vanno ben al di là dell’episodio sportivo e calcistico”. La guerra, a Sarajevo, non ha risparmiato neanche il calcio: nel ’93 scoppia una bomba proprio durante una partita, e si contano 95 fra morti e feriti. Non c’è spazio per il pallone, nel mezzo a colpi di mortaio e minacce dei cecchini, così i migliori giocatori bosniaci sono costretti a far le valigie: Kapetanovic si fa conoscere al Wolfsburg, il giovanissimo Hasan Salihamidzic saluta la capitale a 15 anni per raggiungere l’Amburgo. Per loro, come per i quarantamila che affollano le tribune, Bosnia-Italia è speciale: dopotutto si tratta della prima volta della nazionale a Sarajevo.
gli azzurri e i bambini
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Dall’altra parte c’è un signor avversario, peraltro: Sacchi non ha potuto contare su interisti e juventini a causa del contemporaneo impegno di Coppa Italia (eccezion fatta per Torricelli), ma porta fra gli altri Toldo, Maldini, Chiesa, Dino Baggio e Zola. Alla vigilia il ct spiega: “Vogliamo dare serenità a questa gente. Giocare a Sarajevo dopo quattro anni significa che si sta tornando alla normalità”. La Nazionale saluta il corposo contingente di connazionali e soprattutto fa visita all’ospedale psichiatrico della città portando doni simbolici (sorrisi e un briciolo di conforto) e materiali (pennarelli, quaderni, matite, generi alimentari) ai piccoli ricoverati.
la partita
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Poi, alle 13.30, si scende in campo nel tripudio dello stadio Kosevo. Che nel giro di cinque minuti esulta: Salihamidzic (lo ricordate alla Juve, un decennio dopo?) approfitta di un’incomprensione difensiva e batte a rete prima che Toldo riesca a tornare fra i pali dopo un’uscita. Il pari azzurro arriva a stretto giro: lo sigla Chiesa, entrato nelle rotazioni durante l’Europeo del giugno precedente e schierato titolare in Bosnia da Sacchi. L’attaccante lucra su una svirgolata di un difensore bosniaco che gli lascia lo spazio per calciare. L’Italia non alza il piede dall’acceleratore e avrebbe più di una chance per il raddoppio, ma viene beffata da Belic che fa 2-1: la Bosnia protegge compatta fino al triplice fischio. E poi fa festa coi quarantamila in tribuna: “È un risultato che resterà negli annali” commenta Pizzul a fine gara. Dalle tribune, raccontano gli inviati dell’epoca, si vedono le colline adibite in buona parte a cimiteri. Ma almeno per due ore, a Sarajevo, ci si pensa un po’ di meno.
l'ultima di sacchi
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La prima storica gara giocata dalla Bosnia nella capitale è un trionfo. Salihamidzic e compagni fino a quel momento avevano disputato una sola sfida ufficiale “in casa”: un mese prima contro la Croazia, ma al Dall’Ara di Bologna. Il risveglio dopo quattro anni di guerra sarà lungo e non facile, prima dell’estasi di un paio di decenni più tardi: nel 2014 la nazionale guidata (come oggi) da Edin Dzeko si guadagna uno storico pass per il Mondiale brasiliano, come sogna di fare adesso. Il 6 novembre 1996 passa agli annali anche come l’ultima partita di Arrigo Sacchi sulla panchina azzurra: il ct rassegna le dimissioni poche settimane dopo e si accasa di nuovo al Milan. Al suo posto viene promosso Cesare Maldini dall’Under 21. Per un ciclo che inizia, in Bosnia, ne finisce uno storico in azzurro: il pallone è così, e vale anche per le amichevoli.


