L'unico Mondiale senza gol per Messi? Lo allenava Maradona. Storia di coccole, lacrime ed equivoci tattici

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Trequartista per forza, schiacciato dal peso del Pibe de Oro e dai paragoni impossibili: una storia di equivoci tattici, lacrime e un Pallone d'Oro vinto lo stesso

La vetrina, per ora, è stata tutta per lui. Tripletta nella partita d’esordio contro l’Algeria, doppietta ieri (con rigore sbagliato) contro l’Austria, capocannoniere all-time dei Mondiali con 18 gol a più due su Klose e Mbappé (che arriva…), applausi, prime pagine, post e servizi. Eppure, per Lionel Messi c’è un’altra minaccia che incombe: se Cristiano Ronaldo oggi dovesse segnare all’Uzbekistan di Cannavaro, o alla Colombia nell’ultimo match del gruppo K, o in qualsiasi altro incontro del torneo, diventerebbe l’unico calciatore nella storia ad aver realizzato almeno una rete in sei diverse edizioni della Coppa del Mondo. Già, perché l’eterno Messi, ancora imprendibile a quasi 39 anni, ne ha sì disputate sei come CR7 (e come il messicano Ochoa, altro record), ma nel 2010… non ha mai fatto gol. E quel Mondiale sudafricano, tra vuvuzela e altissime aspettative, è stato a lungo una macchia nella carriera della Pulce. Almeno fino al trionfo del 2022.

le coccole di diego

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Il contesto, prima di tutto. Nell’inverno australe del 2010 Messi ha 22 anni, ha appena vinto il suo primo Pallone d’oro ed è nel pieno della rivoluzione di Guardiola al Barcellona: il "sextuple" del 2009 non è stato ripetuto in Champions League per mano dell’Inter di Mourinho, ma i numeri della stagione dicono pur sempre 47 gol in 53 partite, 34 su 35 in Liga, quasi la media esatta di uno a partita, il miglior bottino della sua carriera fino a quel momento (poi toccherà anche vette di 73 reti a stagione: follia). Dopo l’esordio nel 2006 con il numero 19 (e il primo gol realizzato nel 6-0 sulla Serbia e Montenegro, allora ancora unite), la maglia numero 10 della Selección è sua ed è una maglia che pesa, perché al posto di Alfio Basile dal 2008 il commissario tecnico si chiama Diego Armando Maradona. Padre e Figlio: tutti attendono che si compia l’inevitabile passaggio di consegne. Maradona se lo coccola: "In questo Mondiale non c'è un solo giocatore che si avvicini anche solo al 30% del talento di Messi". E ancora: "Vedere Messi giocare fa venire la bava alla bocca". Ma l’Argentina? Come sta l’Argentina? Trabocca di talento offensivo (convocati Di María, Pastore, Higuaín, Tévez, Agüero, Palermo e Milito, fresco di triplete con l’Inter, che infatti vedrà pochissimo il campo) ma latita nel gioco: la qualificazione, con il quarto e ultimo posto disponibile nel maxi-girone sudamericano, è arrivata solo alla penultima giornata con il 2-1 sul Perù sotto il diluvio del Monumental di Buenos Aires. Martín Palermo segna al 93’, Maradona si tuffa di pancia sul prato, un intero popolo sospira di sollievo e sogna… Messi, intanto, si domanda quale sarà il suo spazio e se riuscirà a sopportare su di sé il peso della sua nazione.

nel vivo del gioco

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E così si arriva al campo. La storia del Mondiale 2010 di Lionel Messi è anche la storia di un equivoco tattico: costretto a convivere con l’abbondanza di attaccanti portati in Sudafrica dal ct (i titolari sono Tévez e Higuaín), il numero 10 si ritrova incasellato nella posizione di trequartista centrale alle spalle delle due punte nello schieramento a rombo scelto da Maradona. È sempre nel vivo del gioco, ma distante dalla posizione ideale di ala destra ricoperta fino a quel momento nel Barcellona: i tempi del "falso nueve", infatti, devono ancora arrivare. E poi il calcio sta abbandonando i trequartisti puri in nome della ricerca dei mezzi spazi e dell’ampiezza sugli esterni: del resto è proprio il suo Barça a insegnarlo a tutta Europa. Messi si accende a sprazzi, flirta con il gol ma la palla sembra non voler entrare. Il portiere della Nigeria Enyeama si esalta nella prima partita della fase a gironi, Higuaín ribadisce in rete un suo palo nella seconda contro la Corea del Sud, Palermo fa lo stesso contro la Grecia dopo una parata di Tzorvas (e dopo una traversa). Proprio contro i greci, con l’Argentina già qualificata agli ottavi, Maradona fa turnover e Messi indossa per la prima volta la fascia da capitano dell’Albiceleste al posto di Mascherano: a 22 anni (ne compirà 23 due giorni dopo) è il più giovane capitano del suo paese in una partita dei Mondiali, meglio dello stesso Maradona e di Passerella nel 1978. Ecco l’investitura definitiva. Contro il Messico Messi offre un assist a Tévez per il momentaneo 1-0 nel 3-1 finale, ma affonda come tutti i suoi compagni nei quarti contro la Germania: 0-4. Khedira e Schweinsteiger a centrocampo se lo mangiano.  "Dopo quella partita l’ho visto piangere come un bambino sotto la doccia", dirà anni dopo Maradona.

la pressione

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La verità, forse, è che i due non si sono mai veramente trovati né amati, almeno nel rapporto ct-fuoriclasse, come ha raccontato Filippo Maria Ricci in "Pagine Mondiali". Troppo impegnato a coltivare il suo mito Maradona, troppo schiacciato dalla pressione e dal peso dei paragoni Messi, e infatti non è un caso che il Mondiale vinto in Qatar sia stato il primo dopo la morte del Pibe de Oro, che ancora nel 2018 in Russia concentrava su di sé le attenzioni di tutte le telecamere con esultanze mistiche e pose messianiche. "Essere allenato da Diego è stato bello per la sua voglia, il suo entusiasmo e il modo in cui si preparava, con coraggio - dichiarerà la Pulce nel 2019 - Ma è stato anche difficile per come si giocavano le partite". Fine? Quasi. Nonostante gli zero gol realizzati in Sudafrica, all’inizio dell’anno nuovo fu sorprendente leggere il nome del vincitore del Pallone d’oro 2010 davanti al quinto classificato Forlán, al quarto Sneijder (protagonista del triplete con l’Inter e finalista mondiale), al terzo Xavi e al secondo Iniesta (autore del gol decisivo ai supplementari nella finale contro l’Olanda): Lionel Messi, sempre lui.

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