Il primo messaggio di Ursula von der Leyen è arrivato dalla lontana Samarcanda poco dopo le cinque del mattino. L'Europa "delusa dall'alleato più antico" dovrà prepararsi "all'impatto che sarà inevitabile", ma ha "tutto ciò che serve per superare la tempesta". Stretta tra il martello di Donald Trump e l'incudine delle capitali europee, la leader tedesca si muove alla ricerca di un equilibrio delicato: una prima rappresaglia contro Washington è in arrivo già il 15 aprile, ma i canali del dialogo resteranno aperti per non spaccare il fronte dei Ventisette. Tra i quali c'è già chi, come Emmanuel Macron, ha scelto la linea dura: la decisione americana "è brutale e infondata", ha tuonato l'inquilino dell'Eliseo, sollecitando gli imprenditori a sospendere gli investimenti oltreoceano. Nella risposta di Parigi e Bruxelles "nessuna opzione è esclusa", è stata l'assicurazione del presidente francese, in attesa che a dargli man forte arrivi Berlino con il suo nuovo cancelliere Friedrich Merz. Per un nutrito gruppo di governi però - da Roma a Varsavia - la prima strada è quella della diplomazia per evitare un'escalation che "farebbe male a tutti".
All'indomani del Liberation Day di Trump, l'Europa ha iniziato compattarsi intorno alla convinzione che una risposta adeguata sia ormai inevitabile. L'impatto delle sovrattasse al 20% imposte dagli Stati Uniti, nella visione del vicecancelliere tedesco Robert Habeck, è paragonabile a quello dell'attacco della Russia all'Ucraina e richiede una "reazione compatta e decisa" come quella mostrata per Kiev. Non tutti però sono pronti a schierarsi lungo la stessa trincea e, da copione, la prima a sfilarsi è stata l'Ungheria di Viktor Orban, accusando Bruxelles di "incompetenza" per non essersi seduta a trattare con l'amministrazione Trump.
A entrare per primo nell'arena dei colloqui sarà già nelle prossime ore il commissario del Commercio Ue, Maros Sefcovic, nel tentativo - naufragato nelle settimane scorse - di costruire un ponte con Washington. Ora il tono però è cambiato: la risposta dell'Europa sarà "calibrata", ma "ferma" se non si troverà un accordo equo. A Palazzo Berlaymont si lavora senza sosta: "negoziare, reagire, diversificare" sono i tre binari lungo i quali si muove la squadra guidata da Ursula von der Leyen di fronte a dazi bollati come "illegali e ingiustificati".
Anche perché, hanno denunciato i tecnici della Commissione Ue, Trump ha presentato i suoi numeri usando una media aritmetica "che distorce la realtà", mescolando tariffe di natura diversa in un cocktail di propaganda che non riflette l'intreccio economico della più grande relazione bilaterale del pianeta. Il richiamo della rappresaglia è forte: non si tratta di "una punizione fine a se stessa, ma di uno strumento per proteggere aziende, lavoratori e consumatori", è la linea di Bruxelles, decisa a negoziare da una posizione di forza. La controffensiva targata von der Leyen - dazio per dazio - si era arenata nelle sabbie mobili dei diversi interessi nazionali. Dopo lo schiaffo del tycoon, ora è tempo di ripartire: il 9 aprile i Paesi voteranno (con la procedura speciale in gergo 'comitologia') per dare il via dal 15 aprile ai primi controdazi. A finire nel mirino in prima battuta saranno i marchi iconici americani Levis, Harley Davidson e yacht di lusso in risposta ai dazi Usa su acciaio e alluminio. Il resto del piano è pronto a scattare dal 15 maggio: una lista che colpisce le roccaforti repubblicane e una vasta gamma di prodotti dell'agroalimentare.
L'esecutivo Ue però prepara anche il bazooka sulle Big Tech, con possibili stangate in arrivo dal Digital services act (Dsa) e Digital markets act (Dma), i due testi gemelli volti a frenare lo strapotere delle major a stelle e strisce sul territorio continentale. Per una tassa diretta ai servizi digitali "è ancora presto", ha osservato da Washington la responsabile dell'antitrust Ue, Teresa Ribera, senza tuttavia escludere "una valutazione approfondita" nei prossimi mesi. L'Est intanto resta la rotta per diversificare le relazioni commerciali in assenza degli alleati storici: dopo i colloqui con la Cina, da Samarcanda l'Europa ha rilanciato il patto strategico con l'Asia centrale, allargando la sua rete da Kazakistan a Uzbekistan.
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