Dalla Cina controdazi al 34% sul made in Usa

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La Cina di Xi Jinping reagisce ai dazi e al 'Giorno della Liberazione' di Donald Trump con il varo di tariffe del 34% su tutte le importazioni di beni americani e inserisce nella sua lista nera nuove aziende a stelle e strisce, oltre a decidere un'ulteriore stretta sull'export di sette articoli di terre rare medie e pesanti.

"La Cina se l'è giocata male e si è fatta prendere dal panico. L'unica cosa che non possono permettersi di fare", ha replicato laconico il tycoon sul suo social Truth, convinto di aver colpito in profondità la leadership mandarina. The Donald, per altro verso, ha annunciato di aver "avuto una telefonata costruttiva" con il segretario generale del Partito comunista vietnamita To Lam, incassando la disponibilità del Paese asiatico a "ridurre i suoi dazi a zero se ci sarà un accordo con gli Stati Uniti". "L'ho ringraziato da parte del nostro Paese - ha scritto Trump - e gli ho detto che ci vedremo in un futuro non lontano". Un post, sempre su Truth, che a Wall Street ha messo le ali a Nike, la cui produzione è legata a doppio filo al Vietnam, il cui titolo è balzato a Wall Street di oltre il 5%.

Le contromisure di Pechino entreranno in vigore il 10 aprile, secondo la nota della Commissione tariffaria doganale del governo centrale. L'aliquota del 34% è speculare a quella applicata dal tycoon alla Cina nella cerimonia tenuta alla Casa Bianca il 2 aprile per presentare i nuovi dazi 'reciproci' globali. La straordinaria rapidità della risposta rafforza i propositi del Dragone sul disaccoppiamento dall'economia americana. Oltre ai dazi generali e al simbolico ricorso al Wto, c'è lo stop alle qualifiche di esportazione per sei aziende statunitensi, tra cui quelle legate al sorgo, un cereale usato per mangimi e produzione di etanolo, e al pollame, in base "a problemi di ispezione e quarantena".

Sono state avviate poi le indagini antimonopolio sul colosso chimico Dupont e antidumping su alcune importazioni di tubi radiogeni TC da Usa e India impiegati in campo medicale. In più, 11 aziende statunitensi sono finite nella lista delle 'entità inaffidabili' e altre 16 nella lista di controllo delle esportazioni. "Queste entità sono impegnate in attività che potrebbero mettere a repentaglio la sicurezza nazionale e gli interessi della Cina", ha affermato un portavoce del ministero del Commercio. La ritorsione include anche controlli sulle esportazioni di sette tipi di articoli correlati alle terre rare, tra cui samario e gadolinio, con effetto immediato.

La rappresaglia di Pechino tiene conto del fatto che, secondo i dati doganali cinesi, il Paese ha importato beni per un valore stabile di 163,6 miliardi di dollari dagli Stati Uniti nel 2024.

Mentre le esportazioni verso l'America hanno avuto una crescita del 4,9% a 524,6 miliardi. Le tariffe, in altri termini, danneggeranno la Cina in quei beni per i quali non esiste un sostituto facile, tra macchinari e microchip avanzati. Ma molte delle importazioni dagli Stati Uniti sono energia e materie prime agricole, per le quali Pechino può trovare sostituti altrove tra Russia e Brasile. In base al valore, il 23% delle importazioni cinesi dagli Usa nel 2024 era di macchinari e prodotti elettronici, seguito da beni agricoli e alimentari al 16% ed energia al 14%.

La mossa della Cina rischia di innescare un'escalation delle tensioni. Il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, aveva già messo in guardia i Paesi dal reagire. "Il mio consiglio in questo momento è: non reagite. Sedetevi, prendetevela, vediamo come va - ha detto in un'intervista a Fox News -. Perché se reagirete, ci sarà un'escalation. Se non reagirete, questo è il punto più alto". La pressione dell'amministrazione Trump, tuttavia, complica gli sforzi della Cina per affrontare le proprie sfide economiche, come la profonda crisi immobiliare e la debole domanda, in un momento in cui le finanze pubbliche sono in tensione.

Intanto, Trump ha promesso che le sue politiche "non cambieranno mai. Questo è un grande momento per arricchirsi, per arricchirsi più che mai", ha scritto su Truth, rivolgendosi agli investitori "che vengono negli Stati Uniti e investono". Il punto è che anche chi ha investito in America è stato punito. Come nel caso di Taiwan, costretta a stanziare 2,7 miliardi per aiutare le sue industrie colpite dalle tariffe, e del Giappone, il cui premier Shigeru Ishiba ha parlato di "crisi nazionale".

Solo sulle auto nipponiche il salasso potrebbe toccare i 24 miliardi.

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