Il difensore olandese si racconta tra vita, filosofia e aneddoti: "Nelle mie prime partite in Italia tenevo alta la linea urlando 'fiori, fiori', non mi capiva nessuno. Ricordo il calore dei pescatori a Mergellina. Cruijff? Un tecnico in campo"
Non fategli mai mancare un pallone che rotola e un raggio di sole. Ruud Krol inseguirà sempre entrambi. Una vita da difensore all’attacco. Parla cinque lingue e in ognuna di queste ripeterebbe senza problemi quanto odia il catenaccio. Ora ha 77 anni, si guarda indietro e vede una grande chiazza "oranje" sulla tavolozza con cui ha dipinto la sua personalissima tela, composta di 16 trofei con l’Ajax. E poi c’è quella sfumatura azzurra, come gli anni e il mare di Napoli; una finestra indimenticabile su una città e un calcio che l’hanno conquistato fino a renderlo l’olandese più napoletano che ci sia.
Cosa prova oggi quando le dicono che è stato uno dei "re di Napoli"?
"Ogni volta che torno mi basta salire su un taxi per essere inondato da così tanti ricordi... I giovani mi dicono "sei stato un eroe per mio padre, ho una foto tua a casa mia". Quanto è bello essere ricordati".
Il suo arrivo a Napoli, però, fu difficoltoso.
"Mi prese in prestito dal Vancouver ma mi voleva dai tempi dell’Ajax. Io accettai di andare oltreoceano perché dopo 12 anni ad Amsterdam volevo provare altro. E mi è piaciuto giocare in Canada. Tanto. Era un calcio diverso, certamente, ma sapevo che sarei tornato presto in Europa. Il direttore del Napoli, Antonio Juliano, venne da me anche a Vancouver. Anni prima si era presentato in Olanda per convincermi. "Voglio te al Napoli": me lo ripeteva sempre".
Alla fine riuscì a portarla. Cosa ricorda di quella Napoli?
"I primi tempi abitavo in hotel, all’Excelsior. Era difficile trovare un appartamento, ho impiegato quattro mesi prima di prendere una casa a Posillipo. Mi ricordo la bellezza, la tranquillità. E poi i pescatori di Mergellina".
Meritano una menzione speciale nella sua storia.
"Un episodio su tutti: un giorno mi svegliai presto e andai a fare una passeggiata sul lungomare. Camminai fino a Mergellina appunto, un pescatore mi vide e chiamò tutti gli altri. "C’è Krol, c’è Krol". Si avvicinarono, mi abbracciarono, ricordo ancora le loro mani e poi l’odore del pesce, fortissimo, ovunque. Non ero abituato a tutto questo calore".
Tornando al pallone, una volta arrivato a Napoli però non giocò subito.
"No, perché per arrivare feci un viaggio di 42 ore. Da Vancouver a Toronto, poi da lì a New York, quindi Francoforte e infine Napoli. Sono arrivato intorno alle 9, avevo dormito pochissimo, quella sera stessa si giocava e c’era la mia presentazione ma appena atterrato dissi: "Voglio dormire". Poi andò tutto a meraviglia, peccato solo che non parlavo italiano. Ma l’ho imparato in fretta. Mi ricordo che, tempo dopo, ad Ascoli eravamo in vantaggio 1-0 e volevo tenere alta la linea del fuorigioco ma continuavo a dire: "Fiori, fiori". E ovviamente non mi capirono subito. A fine partita chiesi un insegnante di italiano. Prima ho imparato tutti i termini calcistici, poi a tenere una conversazione".
Mi ricordo una partita contro l'Ascoli. Volevo tenere alta la linea del fuorigioco ma continuavo a dire: “Fiori, fiori”. A fine partita chiesi un insegnante di italiano
Che sogni aveva da bambino?
"Volevo diventare un grande calciatore. Anche mio padre lo era, dilettante, ma a prescindere da questo era un grandissimo appassionato. Mi portava sempre a vedere l’Olanda e, più la vedevo, più cresceva in me la voglia di arrivare fin lì. Una volta eravamo in vacanza sul lago di Como, vide un manifesto che anticipava una partita del Milan e mi portò a vederla. E sa perché fu storica?".
Dica.
"Fu il debutto di Gianni Rivera che non aveva nemmeno 17 anni. Quel giorno vidi anche uno stadio italiano per la prima volta. Che atmosfera incredibile. A fine partita ho guardato mio padre e ho detto: "In futuro voglio giocare anch’io in Italia"...".
Insomma, se lei è diventato calciatore un po’ di merito ce l’ha anche Rivera.
"Ho anche giocato contro di lui nel ’74".
Mio padre mi portò a vedere il debutto di Gianni Rivera. A fine partita dissi a mio padre che avevo un nuovo sogno: quello di giocare in Italia
Tra i suoi compagni di squadra storici c’è Johan Cruijff. Come si riassume un campione così?
"In una parola: eccezionale. Ti rendeva un giocatore migliore. Io ero un libero, oppure un centrale di difesa e poi ho giocato a sinistra. Ma il mio mancino non era perfetto, allora a fine allenamento restavo di più in campo con Johan per esercitarlo: io e lui a sinistra contro Mühren e Keizer. Ci stimolava, era un allenatore in campo, leggeva il calcio come nessun altro. Discutevamo anche, c’era un rapporto molto sincero. Sapeva di essere forte ma anche che senza gli altri dieci non poteva fare niente".
Lasciato il calcio giocato ha iniziato ad allenare, ma in Italia in questa veste non è più tornato.
"Non è capitata l’occasione. A me è sempre piaciuta l’avventura e prendere squadre con una grande storia da risollevare. Ho allenato in Belgio, ho salvato il Servette in Svizzera, poi Egitto, Marocco, Tunisia, l’Olanda con Koeman. Ma poi ho deciso che volevo andare via da lì, perché quel clima non mi piace".
Ma è casa sua...
"Sì, ma io vado sempre dove c’è il sole. E anche il caffè lì non ha lo stesso sapore...".
Parliamo di qualche suo connazionale in Serie A.
"Mi piace molto Malen. Ora gioca più centrale, è una sorpresa ma penso che possa far bene. Anche De Roon, bel giocatore, intelligente. E poi Dumfries: un grande, sta ritrovando la sua forma ideale".
Come vede il "suo" Napoli adesso?
"Il problema degli infortuni è stato una sciagura. Ma nonostante questo non è mai sceso al di sotto del quarto posto, fa capire quanto sia forte".
Lei ha seguito da vicino gli ultimi due scudetti azzurri: il Krol giocatore si sarebbe divertito di più nella squadra di Spalletti o in quella di Conte?
"Dico il Napoli di Spalletti. A me piace una squadra che attacca sempre e che difende andando contro l’avversario. Prendere l’iniziativa e mai correre indietro. Questo è il mio calcio. Sempre avanti".


