L'allenatore finlandese del Capitano: "Se fosse stato un calciatore sarebbe stato Maradona. Era pigro, ma poi... Se gli chiedevi di accelerare lo faceva sempre. Per questo non perdeva quasi mai"
Jori Turja è stato l’allenatore di Varenne, colui che lo preparava e lo faceva sempre trovare pronto al driver Giampaolo Minnucci. Pure lui, ovviamente, è rimasto molto colpito dalla scomparsa del campionissimo del trotto. “Una notizia che mi ha riempito di amarezza, volevo andarlo a trovare il mese prossimo, ma purtroppo non lo vedrò più" dice l’allenatore finlandese che ora ha 66 anni e ormai da anni è tornato a vivere nel suo Paese “dove mi godo la vita”.
Turja, chi era Varenne?
"Uno sportivo magnifico, un autentico fenomeno, come ne nascono pochi. Se fosse stato un calciatore sarebbe stato Maradona".
Che cavallo era?
"Semplice, intelligente, buono”.
Cosa aveva di diverso dagli altri?
“Io credo che fosse il cuore il suo punto di forza, sembrava non si stancasse mai: se gli chiedevi di accelerare lo faceva sempre. Per questo non perdeva quasi mai. Probabilmente aveva un Dna diverso, qualcosa di speciale rimasto sconosciuto: la genealogia era normale, non a cinque stelle, eppure è stato il più grande di sempre. E anche come papà era fenomenale”.
In allenamento come lo gestiva?
“Era un po’ pigro, non gli piaceva molto lavorare con me, ma da gran professionista qual era non ha mai saltato un allenamento. E quando era il momento della corsa vera e propria si trasformava”.
Cosa ricorda del primo giorno che lo ha incontrato?
"Un cavallo dallo sguardo fiero, a me e a Giampaolo Minnucci è piaciuto fin da subito. All’inizio aveva qualche problema, faceva molto fatica a fare le curve, si “stortava” un po’. Poi nel corso degli anni ci abbiamo lavorato su ed è diventato il suo punto di forza: l’ultima curva, quella che precede l’arrivo, la voleva, mentre gli altri erano stanchi”.
La vittoria più bella?
"Quella del 2001 all’Elitlopp di Stoccolma. Fece una cosa mostruosa girando all’esterno di Victory Tilly, uno svedese che era fortissimo e che era guidato da un mostro sacro come Stig Johansson. Quella corsa fece capire al mondo che era il numero 1. Da qualche giorno non è più stata la stessa cosa".
In che senso?
"Tutti gli ippodromi facevano a gara per averlo perché portava gente anche esterna all’ippica, venivano a vederlo pure le famiglie con i bambini. Da lì sono arrivati anche gli inviti in tv ed è diventato un fenomeno globale”.
Tutti gli ippodromi facevano a gara per averlo perché venivano a vederlo pure le famiglie con i bambini. Da lì sono arrivati anche gli inviti in tv
Jory Turja
Un giorno, nel giugno 2001, arrivò la sconfitta più inaspettata, nel Premio Unire a San Siro: cosa successe?
"Scoprimmo dopo che soffriva particolarmente le punture delle zanzare. Negli ultimi metri era stanco e Jackhammer, un cavallo contro cui non avrebbe mai perso, lo batté sul palo”.
Quando è arrivato in scuderia si sarebbe aspettato che sarebbe diventato il più forte di tutti i tempi?
"Assolutamente no. Per fortuna al momento di comprarlo non abbiamo guardato la genealogia: in scuderia avevamo anche suo fratello Tatoz che era tutt’altro che un campione… Invece Varenne, una volta sistemato e messo “dritto”, non ha più avuto avversari. A quei tempi andare a vincere a Vincennes non era facile. Invece lui si adattò subito anche a quella pista particolare, con salita e discesa. Poi ha vinto in tutto il mondo, in Europa e negli Stati Uniti. Mancherà a tutti, non solo a me”.



