In panchina lo ispira Sacchi e... quello sgarbo all'Inter: perché il Milan è nel destino di Rangnick

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Quella con Arrigo è una connessione forte: per Ralf era fonte di ispirazione. Chiese il suo numero a Branca prima di una sfida di Champions tra il suo Schalke e i nerazzurri (che poi eliminò)

1 giugno - 17:57 - VIENNA

Il Milan e Ralk Rangnick stanno insieme da una vita ma non lo sanno. O meglio, lui lo sa, il Milan no. Ralf Rangnick negli anni Ottanta è stato un trentenne innamorato del calcio, così innamorato da studiarlo. Figure di particolare influenza, due: Valeri Lobanovsky, grande anima del calcio sovietico e maestro di Andriy Shevchenko, e Arrigo Sacchi. Rangnick si scontrò con Lobanovsky il giorno in cui allenò contro la sua Dinamo Kiev in amichevole: una rivelazione per come pressava, per come la squadra era organizzata, per come sembrava giocare in dodici. L’innamoramento per Sacchi fu meno violento ma ugualmente forte. Rangnick comprò un videoregistratore e iniziò a farsi mandare cassette delle partite del Milan di fine anni Ottanta. Ferma, riavvolgi, avanti veloce: passò giorni a guardarle.

rangnick e sacchi

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Negli anni tra Rangnick e Sacchi si è sviluppata una certa stima reciproca. Sbilanciata come tra un professore e un allievo, ma reciproca. Sacchi, quando il Milan stava per prendere Rangnick come allenatore nel 2020, spese parole non banali: “È un ottimo allenatore ma è importante che la società lo segua”. RR ha ricambiato più volte: “Sacchi è stato una delle mie più grandi fonti di ispirazione”. Nell’aprile 2011, quando il suo Schalke giocò contro l’Inter nei quarti di Champions, Rangnick chiese a Marco Branca il numero di Sacchi e lo chiamò. Poi spiegò: “Era il mio idolo perché, come me, non aveva avuto una grande carriera da calciatore e nemmeno fisicamente aveva chissà quale impatto. Mi ricordava il comico francese Louis de Funès. In Germania a uno con il suo curriculum nessuno avrebbe dato lavoro. Almeno fino a quando non rivoluzionò il calcio. Quando ci parlai, a poche ore dalla gara, mi disse una frase che ricordo ancora: un allenatore è bravo se riesce a fare in modo che tutti i giocatori, con o senza palla, abbiano la stessa idea nello stesso momento”.

rangnick l'anti inter

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Quella partita del 2011 è il momento a cui i milanisti in genere legano il primo ricordo di Rangnick. Champions League anni Dieci: l’Inter era campione d’Europa e logica favorita. Per qualcuno, era già in semifinale. Macché. Lo Schalke andò a vincere 5-2 a San Siro, nonostante un gol al primo minuto di Stankovic: destro al volo da centrocampo per punire l’uscita di testa fuori area del portiere dello Schalke… che poi non era uno scarso, era Manuel Neuer. Nel secondo tempo venne espulso Christian Chivu, e non c’è bisogno di dire che cosa faccia di lavoro 15 anni dopo. Rangnick vinse anche al ritorno, uscì in semifinale con lo United ma per i milanisti tanto bastava per la riconoscenza eterna. Quell’esperienza a Gelsenkirchen finì pochi mesi dopo, a settembre, per eccesso di stress. “Il mio livello di energia non è sufficiente”, disse RR. Burnout. Chi conosce Sacchi sa che è successo anche a lui.

la frase di ancelotti

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I racconti di Inter-Schalke tornarono nove anni dopo, quando il Milan e Rangnick arrivarono a tanto così dal cominciare un’avventura insieme. Rangnick voleva avviare una nuova epoca senza Ibrahimovic – lo disse lui stesso, in seguito -, mentre Boban e Maldini preferivano continuare con Pioli. Seguirono giorni tesi e il classico “grazie ma no, grazie, come se avessi accettato”. Un paio di frasi di quei giorni di trattativa però restano. Fabio Capello commentò freddino: “Il Milan a Rangnick? Sarebbe un anno zero e perderebbe ancora un campionato. Pioli è riuscito a dare una mentalità che precedentemente non si vedeva”. Colpì di più il commento di Carlo Ancelotti, che aveva vissuto Rangnick sulla sua pelle in Champions, quando lui allenava il Milan e l’altro lo Schalke: “Non c’è da preoccuparsi se una squadra italiana prende un allenatore straniero – disse Carletto -. I tifosi dovrebbero preoccuparsi degli allenatori scarsi”. Se per Rangnick e il Milan sia questa la volta buona, non chiedetelo qui: non lo sa ancora nessuno. Che la teoria di Ancelotti sia corretta, invece, lo sanno tutti. Anche Chivu e gli interisti.

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