Il Mondiale dei rifugiati: il calcio come specchio del mondo che cambia

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racconto

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Il 23,4% dei convocati gioca per un Paese in cui non è nato. Un numero dietro cui ci sono guerre, campi profughi e un pallone usato come ancora di salvezza

23 giugno - 11:59 - LOS ANGELES

Adesso giocano sotto le luci di questo Mondiale, tra stadi da mille e una notte e tifosi impazziti, ma in principio c’è stata un’altra vita: un piccolo pezzo di questo torneo è iniziato altrove, nella polvere. Dentro a campi profughi tra guerre, fughe e migrazioni forzate. Se il calcio è per tutti un punto di arrivo, in casi come questi nessuno dimentica il punto di partenza. Di sicuro non Alphonso Davies, uno dei simboli più conosciuti di un fenomeno antico quanto il mondo: il terzino del Bayern Monaco è il capitano e una delle stelle della nazionale canadese che sogna nel Mondiale di casa. È nato nel 2000 in un campo profughi di Buduburam, Ghana: i suoi genitori erano fuggiti dalla guerra civile in Liberia e trovarono rifugio nel Paese africano prima di trasferirsi in Canada, quando Alphonso aveva cinque anni. Il resto è noto, l’esplosione in Baviera, i sette campionati vinti più la Champions del 2020. Meno famoso, semmai, l’impegno su questo terreno: è ambasciatore di buona volontà dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati.

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