Quello con Gasperini è solo l'ultimo episodio: da Tudor a Italiano, l'allenatore del Como da quando è arrivato in Italia ha discusso con tantissimi allenatori e dirigenti del nostro campionato
Tutto cominciò un anno fa, tra frecciatine, sorrisetti e una sensazione: con Cesc Fabregas prima o poi qualcosa succede sempre. Como-Monza, 1-1. Lo spagnolo se la prese con Alessandro Nesta, allora allenatore dei brianzoli. Fu lo stesso Nesta a raccontare il siparietto: “Appena finita la partita Fabregas venne da me e mi disse: ‘Oh, ma in Italia voi venite uomo contro uomo’. E allora gli risposi: ‘Scusami, anni fa ci dicevate che facevamo il catenaccio e non andava bene, adesso veniamo avanti e non va bene? Ditecelo voi, mandateci un fax…’”. Cesc, why always you? Bravo, bello, vincente. Stacanovista (ve la ricordate la foto opportunity notturna con lui ancora al lavoro, sì?). Innovatore, campione, leader galattico. E simpatico? Mmm, quello può diventare un optional. Fabregas in questi mesi di Serie A a cavallo del suo Como ha discusso con quasi tutti i colleghi. A volte con ironia, altre con il veleno sotto la pelle. Alla seconda categoria appartiene l’ultimo battibecco, quello con Gian Piero Gasperini. È successo dopo Como-Roma. Il tecnico giallorosso ce l’aveva con il tecnico spagnolo per una gestione troppo furba di certe situazioni di gioco: “Non è la prima volta che il Como ha di queste situazioni. Sono sicuramente situazioni anche molto cercate, un po’ troppo, però questo è diventato il calcio, lo sappiamo”. Gasperini è rientrato negli spogliatoi senza salutarlo. Apriti cielo. “L’ho trovata una cosa antisportiva - ha replicato Fabregas -, è una questione di rispetto e di sportività”.
gli scontri con conte e tudor
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Ecco una playlist senza freni. Niente Spotify, solo Serie A. E Fabregas le suona a tutti. A ottobre il botta e risposta era stato con Tudor, allora allenatore della Juve. Tutto cominciò alla vigilia della partita, quando il croato lasciò intendere una certa ammirazione (e invidia? chissà) per la condizione privilegiata del collega, libero di incidere sul mercato e forte di risorse importanti. “Il Como ha speso come noi? Del mercato mi interessa relativamente - disse Tudor -, però domani sarà una gara complicata: il Como è una piccola solo in apparenza, ha investito molto e i giocatori li ha scelti tutti l’allenatore, che è una gran cosa”. La replica di Fabregas arrivò puntuale il giorno dopo: “Tudor ha detto che ho avuto i giocatori che volevo, ma forse non gli hanno spiegato bene come stanno le cose. Lui mi ha definito l’allenatore del Como, io invece, con rispetto, lo chiamo mister Tudor”. Dopo la partita, il gelo assoluto: “Fabregas può dire quello che vuole”. Fine della storia. Non è singolar tenzone né scontro dialettico. Sono pungoli, aghi, spilli fastidiosi. Lui provoca. In certi casi, provocato. Ma l’ordine sceglietelo voi: il calcio non ha logica. A novembre toccò ad Antonio Conte, in un Napoli-Como nervoso, spezzettato, sporco. Una partita non proprio da urlo. Dopo l’ennesima interruzione per un giocatore lariano rimasto a terra, Conte sbottò verso la panchina avversaria: “Il vostro giocatore sta simulando. L’avete preparata così?”. Fabregas non rimase zitto e replicò poco dopo: “Capita anche a voi che i giocatori si facciano male”.
i complotti
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A gennaio, poi, fu il turno del Bologna. Non con Vincenzo Italiano, ma con il team manager rossoblù Tommaso Fini: al momento dei saluti volarono alcune parole di troppo, e Fabregas si mostrò infastidito. Platealmente. Social e tv alimentano la furia, e l’ascolto s’impenna. Per alcuni è un dio. Sì, ruvido in comunicazione e comportamenti, ma l’uomo che segnerà una parte di tempo del calcio perché contaminato da culture diverse. Per altri deve ancora dimostrare tutto. Intanto Fabregas va avanti. Ha detto di sentirsi cumasch, comasco. Ha replicato a giornalisti (“Vuoi che vinciamo lo scudetto?”, ha detto una volta chiamando alle armi il cronista), a dirigenti, a giocatori. Ovviamente agli arbitri. Presenta le partite con piglio. E se gli chiedi dei social non si tira indietro. “A volte vedo quelli che mettono le stories su Instagram. Sembrano chissà che cosa, ma è tutto finto”. Però il meglio (o il peggio) lo dà in campo. Dopo il recente successo del suo Como a Cagliari, Fabregas ha visto addirittura le streghe ipotizzando artigianali complotti. “Il Cagliari non ha bagnato il campo, voleva giocare in una certa maniera e ha lasciato l’erba alta. Volevano che noi facessimo i fenomeni con la palla dentro e massacrarci in contropiede. Noi invece abbiamo preparato la partita completamente all’opposto, per giocare la partita come la volevano giocare loro. Ed è andata molto bene”.
la lite con allegri
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Il calcio evidentemente lo porta al vertice della tensione. Vedi la telenovela a puntate con Max Allegri, l'allenatore del Milan: un botta e risposta cominciato così, senza tante pretese. All’andata il primo screzio arrivò a pochi secondi dalla fine, con Allegri filato dritto negli spogliatoi senza aspettare il collega. Fabregas glielo fece notare in sala stampa. Poi furono soprattutto le parole dello spagnolo a irritare il livornese: “Il risultatismo piace tanto, qua in Italia. Quelli a cui piace vedere il calcio invece penseranno che il Como otto volte su dieci la vince”. Al ritorno si andò oltre, molto oltre. Ai confini della realtà. Saelemaekers subì un contrasto sulla linea laterale, in prossimità della panchina del Como, e rimase a terra. Un battibecco coinvolse proprio l’esterno belga e alcuni componenti dello staff di Fabregas. L'allenatore spagnolo ostacolò Saelemaekers, trattenendolo. “Serve più rispetto, sei un bambino coglione, hai cominciato ad allenare ieri”, gli disse Allegri in una delle sue Max-sfuriate. Infatti arrivò la squalifica.
limiti
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Lontano dal campo Fabregas ragiona e sembra aver capito i suoi limiti. Recentemente ha ammesso di aver ancora molto da imparare nella conduzione del dopo partita. “Devo migliorare nel gestire le emozioni, nel non prendere certe cose sul personale. A caldo si dicono cose che non sono ragionate”. Ma il calcio ti mangia il cuore, e spesso anche la lucidità. “Un rigore sbagliato, un episodio arbitrale, una sconfitta arrivata all’ultimo minuto possono alterare la percezione di tutto”. Tanto da citare Luis Enrique, che ha detto che “quello che dice un allenatore o un giocatore nel post partita non ha valore, le emozioni sono troppo esagerate in quel momento”. Ehi, sembra facile.

