guantoni
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Sordo e balbuziente, sul ring trovò gloria e miseria: usato dal fascismo con l'oro ad Amsterdam 1928, squalificato per indegnità dopo aver gettato la spugna in un match. Carlo Orlandi si rialzò, rivinse. Fino alla morte in un ospizio, nell'oblio degli italiani che l'avevano osannato
Il primo a prendersela con lui fu un cane, che azzannandolo al collo gli tolse l'udito e gli ingarbugliò le parole, che iniziarono a saltargli in bocca come rane in uno stagno. Sordo e balbuziente, il ragazzino lombardo dovette nascere una seconda volta, dopo aver visto la luce a Seregno il 23 aprile del 1910. Compensare da dentro ciò che la sorte gli aveva portato via da fuori; capire quale linguaggio avrebbe potuto comprendere da un certo giorno in poi e come sarebbe stato in grado poi di esprimerlo: fu la boxe a sorprenderlo in questo caso, senza affondargli i denti da nessuna parte ma affascinandolo con le immagini sgranate del cortometraggio sul match Dempsey-Carpentier. Il giorno in cui Carlo Orlandi, ragazzino che sente poco più di nulla e al quale si strozzano regolarmente le parole in gola, entra in una palestra di Porta Romana, ci mette poco tempo a capire che avrebbe fatto parlare i guantoni nella maniera più forbita possibile, con la punteggiatura più azzeccata e con una ricchezza di termini pescati nel vocabolario della predestinazione.


