Emilio Deleidi
25 marzo 2026 (modifica alle 07:05) - MILANO
L’evoluzione della doppia propulsione ha portato all’utilizzo di batterie di capacità maggiore, ricaricabili da fonti esterne, che offrono un’autonomia in modalità elettrica superiore a 100 km. Con benefici per consumi ed emissioni, ma con complessità e costi maggiori
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Un ponte verso l'elettrico
Da una parte le auto con il motore a combustione, dall’altra quelle puramente elettriche. Tra questi due mondi c’è un ponte, costituito dai modelli ibridi. Che sono, però, di tanti tipi. C’è un ibrido leggero, detto mild, nel quale la componente elettrica della propulsione non muove mai le ruote; uno un po’ più sofisticato, l’ibrido full, che lo fa, ma per brevi tratti, grazie alla possibilità di ricaricare la batteria nelle fasi di rallentamento del veicolo. E c’è ancora un terzo tipo di ibrido, in cui la batteria è ricaricabile da una fonte esterna di energia: è l’ibrido plug-in. Proprio quest’ultima è la forma di propulsione che più si avvicina a quella totalmente elettrica: la capacità della batteria, di gran lunga superiore a quella prevista per gli altri tipi di ibrido, e la possibilità di allacciarla alla rete di distribuzione della corrente consentono di percorrere molti più chilometri sulla spinta del solo motore elettrico. Poche decine (30-50) fino a qualche tempo fa, 100-150 e anche più oggi, tempo in cui si parla, proprio per questo, anche di super ibrido. Le ibride plug-in (dette in acronimo Phev) sono sempre più numerose, per quantità di modelli disponibili e per diffusione sul mercato italiano: nei primi due mesi di quest’anno, hanno raggiunto una quota dell’8,6% (comprendente anche le elettriche extended range), con una crescita del 130,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, in cui si erano fermate al 4,1%. Il motivo è presto detto: nonostante costino di più rispetto alle ibride full, per la maggiore complessità del sistema e l’onere di una batteria più capace, offrono oggi un vantaggio fiscale importante a chi può beneficiare di un’auto aziendale. La tassazione del fringe benefit, ossia quella che grava sul beneficio economico derivante per il lavoratore dipendente che ha diritto a un’auto aziendale dal suo utilizzo anche nel tempo libero - considerato sotto il profilo fiscale parte integrante della retribuzione - è molto più leggera per le vetture elettriche e, in misura minore ma sempre importante, per quelle ibride plug-in rispetto a tutte le altre. L’aggravio fiscale non è a carico dell’azienda, ma del lavoratore che, quindi, è indotto a scegliere tra i modelli disponibili quelli ibridi plug-in, per risparmiare sulle trattenute in busta paga. Ecco perché, oggi, la quota delle Phev è cresciuta in Italia considerevolmente, nonostante l’onere della ricarica della batteria che impongono ai loro utilizzatori.
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